Quando si parla di canapa industriale, si fa riferimento alla cosiddetta marijuana legale e depotenziata poiché dispone di un ridotto contenuto di THC, caratteristico principio attivo ad azione psicotropa e psicoattiva da sempre associato allo sballo.

Questa tipologia di canapa occupa un ruolo importante in molteplici settori industriali, questo grazie alla resistenza della relativa fibra e alla capacità di impiegarne con successo i derivati per assecondare vari scopi quali ad esempio la produzione di fibre tessili, carta, materiale plastico biodegradabile e ancora destinato all’edilizia fino ad arrivare ai combustibili.

Oltre a questo, la materia prima più pregiata è resa protagonista dal settore cosmetico e alimentare, in virtù delle peculiari caratteristiche di semi e olio in grado di garantire notevoli benefici sia alla pelle che all’intero organismo.

Secondo quanto stabilito dalla Legge 242/2016, oggi è possibile coltivare liberamente tutte le varietà di marijuana certificate e approvate dall’Unione Europea, ove è presente una concentrazione di THC o tetracannabidiolo sempre inferiore allo 0,2 %, con limite massimo attestato allo 0,6%. Qualora tale margine di tolleranza venisse superato, la coltivazione verrebbe inevitabilmente posta sotto sequestro, prevedendo al contempo pesanti sanzioni a carico del coltivatore, fatto salvo che quest’ultimo presenti tutte le certificazioni relative ai semi utilizzati e corrispondente fattura d’acquisto.

A che cosa serve la canapa industriale

Nel corso degli ultimi anni la coltivazione di canapa industriale ha preso piede grazie all'impiego delle varietà previste, nella produzione di CBD o cannabidiolo, principio attivo che, a differenza del THC non presenta azione psicoattiva ma semplicemente rilassante e distensiva: a differenza della cannabis proverbialmente nota, le varietà depotenziate di canapa industriale presentano livelli di THC marginali ma al contempo notevoli concentrazioni di CBD.

Sono moltissimi ad oggi gli assuntori abituali che ai caratteristici effetti psicotropi del THC prediligono l’azione benefica del CBD o cannabidiolo e proprio per questo motivo la canapa industriale permette di ottenere una materia prima di elevata qualità, volta a produrre derivati della cannabis a base di CBD quali olio al CBD, burro, prodotti da forno ed edibles in generale, attraverso specifici processi di lavorazione.

La canapa industriale trova ampio riscontro anche nella realizzazione di fibre tessili, resistenti e sostenibili e nella produzione di carta, poiché la fibra di canapa, a dispetto del legno contiene una quantità maggiore di cellulosa in grado di ridurre sensibilmente l’utilizzo di agenti chimici impiegati nell’intero processo produttivo.

Non è da meno l’importanza che ha assunto anche nel settore alimentare dove i semi di marijuana appaiono ampiamente apprezzati in virtù delle proprietà organolettiche e dei relativi valori nutrizionali e considerati un vero e proprio superfood al pari dei comuni integratori e supplementi alimentari.

Possono al contempo essere utilizzati nella produzione di oli vegetali quali CBD olio e latte, costituendo altresì una valida alternativa anche al cibo per animali da compagnia.

La canapa industriale può comunque essere utilizzata anche nella produzione di materiale plastico biodegradabile e ancora di carburante, ove l’olio di cannabis permette di ottenere biodiesel: le piante possono infatti essere sottoposte a fermentazione, producendo in questo caso metanolo ed etanolo.

Può al contempo essere lavorata al fine di ottenere differenti materiali da costruzione comunemente impiegati per l'isolamento termico, e ancora per realizzare pannelli di fibra e truciolati, fino addirittura a un'alternativa al cemento che appare più resistente, sostenibile, ecologica e leggera: i cosiddetti “mattoni di canapa”.

Non meno importante il posto che occupa la canapa industriale nel settore cosmetico, ove la pianta, ricca di sostanze benefiche per la pelle quali acidi essenziali, antiossidanti e vitamine, viene ampiamente apprezzata nella produzione di creme, gel, lozioni e balsami.

In particolare le creme ad elevato contenuto di CBD legale risultano particolarmente efficaci nel trattamento di particolari condizioni cliniche quali eczema, artrite, eruzioni cutanee, infiammazioni o irritazioni.

Non meno importante l’azione purificante della canapa, spesso definita “coltura spazzina”, poiché in grado di migliorare sensibilmente la qualità di acqua e terreno: tale coltivazione aiuta infatti a depurare le acque reflue così come a limitare la presenza di fosforo nel terreno, permettendo agli agricoltori di ridurre l’uso di pesticidi chimici, prediligendo metodi biologici e naturali.

Come diventare coltivatore di canapa industriale: quanto si guadagna?

Diventare coltivatore di canapa industriale è di fatto relativamente semplice: condizione essenziale resta tuttavia possedere un appezzamento di terreno sufficientemente grande dove mettere in atto la coltivazione. La Legge 242/2016 non impone alcun genere di permesso o autorizzazione da richiedere alle Forze dell’Ordine ma ne rende obbligatoria la relativa comunicazione mediante raccomandata o posta certificata, imponendo al contempo il solo utilizzo di semi autorizzati dall’Unione Europea e depotenziati del principio attivo THC.

Il coltivatore deve tuttavia occuparsi di conservare opportunamente i cartellini e le certificazioni correlate ai semi stessi e relativa prova d’acquisto.

Quanto risulta redditizio il settore? Prendendo in esame quelli che sono in genere i costi imputabili ad un ettaro coltivato con canapa industriale, il tutto si aggira orientativamente tra i 900 e i 1000 euro. I ricavi successivamente ottenuti dalla vendita della materia prima, possono raggiungere in media i 2400 euro. Questo significa che il coltivatore, per ogni ettaro di terreno coltivato a canapa industriale, può ottenere un margine lordo di circa 1400 euro.

Tuttavia, sebbene tali risultati siano alla portata di qualsivoglia agricoltore, è bene specificare che possono intercorrere differenze significative tra un’azione agricola e un’altra, tutte determinate da variabili che possono incidere in maniera non di certo marginale: la preparazione e la qualità del suolo, le varietà scelte, l’efficienza dei macchinari agricoli, l’andamento del clima, così come la retribuzione prevista per eventuali dipendenti sono solo alcuni esempi.

Come si coltiva la canapa industriale

Coltivare canapa industriale è relativamente semplice: tuttavia è importante selezionare preferibilmente genetiche femminili e prive di semi, questo poiché le piante di canapa appartengono a specie dioiche. Nessuna particolare condizione circa la scelta delle varietà, sebbene resti una condizione essenziale che compaiano tra quelle catalogate nel Registro Europeo delle sementi di canapa.

La canapa volta in prevalenza alla produzione di CBD necessita di terreni di ampia pezzatura: ampi: è per questo fondamentale che ogni pianta disponga di spazio sufficiente sia in altezza che in profondità, in modo tale da consentire alle radici di sopravvivere facilmente anche nei periodi di particolare siccità o in assenza parziale di acqua. Al contempo occorre migliorare la qualità del terreno mediante concimi ad azione nutritiva, implementati periodicamente allo stesso.

Occorre ovviamente un “occhio di riguardo” rivolto alla preparazione del vostro terreno destinato alla coltivazione di canapa industriale, eseguendo una profonda aratura di almeno 30 o 40 centimetri, avendo cura che il pH del terreno risulti leggermente acido.

La coltivazione outdoor canapa industriale richiede circa 120 giorni per giungere alla fioritura, consentendo di ottenere un raccolto fino a 4 volte superiore se comparato alle colture tradizionali: occorre raccogliere le infiorescenze una volta divenute compatte e quanto più possibile ricche di resina di cannabis e tricomi.

La materia prima ottenuta dalla raccolta può risultare particolarmente redditizia, occorre però prestare attenzione alla coltivazione, dedicando a ogni pianta tutte le cure necessarie a preservarla nelle migliori condizioni.

Il raccolto e la pulizia delle foglie devono pertanto essere eseguite manualmente e con estrema delicatezza per non pregiudicare il valore di mercato della materia prima, sul finale. Al fine poi di evitare di incorrere in spiacevoli criticità qualora sulla coltivazione vengano effettuati controlli, è fondamentale conservare la ricevuta di acquisto relativa ai semi per almeno 12 mesi. Questo permetterà di sollevare il coltivatore da qualsivoglia responsabilità, qualora in caso di eventuali controlli, la percentuale di THC, risultasse superiore al limite imposto dalla Legge.

Canapa industriale e filiere produttive

A seguito della sentenza delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione del 10 luglio 2019, n.30475, è stata promossa in via definitiva, la liceità della coltivazione outdoor di canapa industriale così come la commercializzazione di derivati della cannabis privi di “efficacia drogante”, argomento tanto dibattuto quanto controverso che ora finalmente ha definito in modo netto il rapporto regola/eccezione, apparso particolarmente nebuloso nella Legge 242/2016.

In modo particolare la Suprema Corte ha stabilito che la cannabis, senza alcuna distinzione, sia sottoposta a divieto di produzione commercializzazione fatta eccezione per la produzione di fibre o altri usi industriali, sempre tuttavia in conformità alla normativa comunitaria vigente, che peraltro non contempla alcuna limitazione a parti della pianta così come per la coltivazione di varietà di marijuana opportunamente inserite nel Registro Europeo delle sementi di canapa.

Viene dunque da sé che la canapa industriale può dunque essere liberamente coltivata, lavorata, trasformata, trasportata e commercializzata in riferimento alle eccezioni di cui sopra. La canapa viene pertanto considerata a tutti gli effetti e nella sua interezza un “prodotto puramente agricolo” nonché “pianta industriale”: produzione e trasformazione risultano lecite se la materia prima viene dunque utilizzata per ottenere i prodotti elencati all’interno dell’art.2 della Legge 242/2016, sempre nel pieno rispetto delle normative relative ad ogni specifico settore.

Canapa industriale e CBD

Nella canapa industriale, il CBD rappresenta uno dei principi attivi che, unitamente al THC risultano propri della cannabis. Tuttavia a differenza del tetracannabidiolo, il CBD non presenta alcun effetto psicoattivo o psicotropo poiché tende a legarsi in modo estremamente debole ai recettori cannabinoidi CB1 presenti nel cervello e nel sistema nervoso centrale, non influenzandone le comuni attività.

Nella canapa sativa il CBD non può pertanto sortire alcun effetto a carico dei relativi e naturali processi fisiologici, entrando in azione solo come conseguenza a uno stimolo o a una sensazione di dolore particolarmente intensa e persistente.

Canapa industriale e THC

Anche nella canapa industriale il THC costituisce il principio attivo proprio della cannabis, in grado di legarsi stabilmente ai recettori CB1, comportando in questo modo i caratteristici effetti psicotropi ampiamente riconosciuti. Proprio per questo motivo la coltivazione risulta lecita solo per quel che concerne le varietà di marijuana depotenziata che ne presentino una concentrazione sempre inferiore allo 0,2% con un margine massimo attestato allo 0,6%, questo per non risultare illegale.

Il THC o tetracannabidiolo, in funzione delle concentrazioni contenute nella cannabis, può infatti provocare alterazioni del comportamento, delle percezioni e dell’umore, aumentando sensibilmente l’appetito e inducendo la cosiddetta fame chimica e influendo in maniera significativa anche sulla memoria e sul dolore.

Canapa industriale in Italia: a che punto siamo?

Sono ancora troppi i nodi irrisolti dalle politiche nazionali, circa la coltivazione di canapa industriale in Italia.

Tale fetta di mercato sta progressivamente fiorendo negli Stati Uniti, in Australia, in Cina così come in molti Paesi appartenenti al Nord Europa: il nostro Paese al contrario appare ancora staticamente passivo, bloccato da normative nebulose e talvolta incomplete e da una confusione diffusa e deleteria circa la potenziale efficacia drogante della materia vegetale. Sebbene la sentenza emessa dalle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione il 10 luglio 2019, n.30475 abbia cercato di chiarire quantomeno parzialmente le idee, numerosi punti ancora poco chiari hanno dato adito a comportamenti e interpretazioni divergenti sia da parte delle Forze dell’Ordine che della Magistratura, promuovendo sanzioni e sequestri tuttavia totalmente fuori luogo e senza oggettiva condanna.

Gli stessi mass media promuovono ulteriormente la confusione dell’opinione pubblica nel tentativo di riassumere le molteplici proposte volte a regolamentare una volta per tutte le infiorescenze della canapa industriale utilizzando spesso impropriamente l’espressione “cannabis light” o canapa light come a evocare qualcosa di leggero ma comunque identificato come “sostanza stupefacente”.

Risolvere tale equivoca situazione è possibile: occorre mettere da parte preconcetti e pregiudizi, valutando quanto invece è ormai attestato dall’intera comunità scientifica, la stessa che identifica la cannabis, che si tratti di cannabis terapeutica o industriale, come una risorsa utile non solo alla salute, ma anche e soprattutto all’industria che in questo modo può trarne beneficio economico a vantaggio dell’intera Nazione.