I tricomi, tipici nelle piante di cannabis ma comuni in altre specie botaniche presenti comunemente in natura, sono microscopici filamenti cristallini, dati dalle secrezioni epidermiche prodotte dai fiori della pianta di sesso femminile e in grado di produrre la caratteristica resina da cui si ricavano THC e CBD, la cui concentrazione può variare in funzione della specie botanica stessa.

Il termine tricoma trae origine dal greco Tríchōma, "crescita di peli" in virtù delle dimensioni talmente ridotte da rendere necessario l’utilizzo di un microscopio per osservarne la forma e comprenderne le caratteristiche fisiche. Simili a steli muniti di piccole protuberanze circolari, i tricomi spesso possono generare confusione in virtù della notevole somiglianza con i pistilli: tuttavia a fare la differenza è principalmente la funzionalità, poiché è esattamente la quantità di resina prodotta dai tricomi a determinare la qualità delle infiorescenze di cannabis, stabilendone in questo modo le proprietà psicoattive e terapeutiche note. Da sottolineare inoltre che il tricoma, rappresenta una difesa naturale per la pianta che, proprio grazie alla resina, è in grado di proteggersi non solo dai raggi UV ma anche da eventuali aggressioni esterne da parte di insetti e parassiti che potrebbero inevitabilmente pregiudicarne l’integrità.

I tricomi delle piante: cosa sono e a cosa servono

Piccoli al punto di dover rendere necessario l’utilizzo di un microscopio o comunque di una lente di ingrandimento per osservarne le caratteristiche, i tricomi sono filamenti cristallini che ricoprono le infiorescenze di cannabis con un vero e proprio manto di resina in grado di influire in maniera significativa, sulla reale qualità dell’erba in termini di concentrazione dei principi attivi. Il dizionario Merriam-Webster attribuisce al tricoma la definizione di "una crescita filamentosa; nello specifico: una struttura pilifera epidermica presente in una pianta", anche se tuttavia, comparare i tricomi ai peli, tende di norma a generare una certa confusione con i pistilli, al contrario perfettamente visibili ad occhio nudo e che di fatto sono anch’essi filamenti analoghi ai capelli, che si estendono però dai calici delle piante di marijuana femmine in fase di fioritura, indispensabili per l’impollinazione.

In linea generale i tricomi, biologicamente parlando, non sono altro che vere e proprie “fucine” di cannabinoidi, principalmente presenti nelle infiorescenze e nelle cosiddette sugar leaves o foglie di zucchero della cannabis: viene da sé che, a livello organolettico, tricomi ricchi di CBD saranno più indicati per un utilizzo terapeutico mentre se maggiormente ricchi di THC saranno utili per favorire la caratteristica azione psicoattiva tipica della marijuana.

Tuttavia i tricomi, sono in grado di favorire molteplici funzionalità strettamente correlate alla sopravvivenza della cannabis, poiché lo stesso rivestimento appiccicoso costituito dalla resina, rappresenta una forma di difesa essenziale per combattere contaminazioni fungine, così come eventuali attacchi da parte di predatori erbivori, parassiti e insetti.

Alcune tipologie di muscidi, le mosche ad esempio, non sono in grado di penetrare in alcun modo tale barriera costituita dai tricomi mentre contemporaneamente l’azione dei terpeni ne dissuade l’attacco emanando il caratteristico aroma che funge da efficace deterrente. Allo stesso modo grazie alla presenza dei tricomi, la pianta di cannabis aumenta le proprie possibilità di crescita e sviluppo anche in condizioni climatiche avverse: basti pensare che in natura, la resina è in grado di preservare le piante di cannabis che si sviluppano in maniera spontanea, sia dalla forza dei venti che dalle irradiazioni solari eccessivamente aggressive.

Al di là di quella che può essere la fisiologia dei tricomi applicata alla pianta di cannabis, essi assumono un’importanza basilare soprattutto per i coltivatori, amatoriali e avanzati in virtù della produzione di terpeni e cannabinoidi che sono in grado di attuare, questo poiché responsabili di tutti quei processi che determinano la potenza così come il gusto e il caratteristico odore della marijuana: i cannabinoidi,che comprendono THC e CBD conferiscono alla cannabis i relativi effetti fisici, terapeutici e psicoattivi mentre i terpeni o idrocarburi aromatici, forniscono alle infiorescenze gusti e aromi differenti a seconda della specie.

Risulta dunque plausibile definire i tricomi, vere e proprie strutture in grado di racchiudere l’essenza di quelle che sono le proprietà psicoattive della cannabis, in grado di offrire un valido supporto per il coltivatore, volto a stabilire quale sia il momento ottimale per la raccolta delle infiorescenze: osservando infatti la variazione cromatica delle stesse impregnate di resina, mediante l’utilizzo di una lente o di un microscopio, è possibile monitorare il livello di maturazione nella maniera più proficua. Dall’inizio del periodo di fioritura delle piante di cannabis fino alla metà, i tricomi si presentano di colore trasparente: solo durante la fase finale del ciclo di fioritura assumeranno una caratteristica colorazione dapprima bianco-lattiginosa e solo successivamente ambrata. I coltivatori più esperti tendono ad effettuare la raccolta, una volta raggiunto un mix di queste ultime due tonalità anche se di fatto, sono molteplici i fattori che possono indicare la maturazione delle infiorescenze, seppur in maniera approssimativa. Osservare le variazioni cromatiche dei tricomi resta tuttavia una delle variabili più affidabili a cui è possibile attenersi.

È importante sottolineare l’importanza del rapporto che intercorre tra i tricomi e la luce ultravioletta, responsabile di conferire alla cannabis quel “quid” in grado di fare la differenza in termini qualitativi. Le piante di cannabis vedono la fonte luminosa proprio come una necessità e nel momento stesso in cui ricevono lo spettro luminoso per loro ideale, offrono le migliori performance, sia sotto l’aspetto della resa aromatica che della qualità generale dell’infiorescenza.

Questo avviene poiché gli stessi tricomi, rispondono positivamente alle irradiazioni UV, necessarie per conferire loro la capacità di produrre alcune tipologie specifiche di terpeni e cannabinoidi.

I tricomi della cannabis

I tricomi sono dunque appendici cristalline che ricordano la forma di un fungo e che rivestono la superficie delle infiorescenze di cannabis giunte a maturazione, entro le quali viene prodotta e immagazzinata la resina: dal punto di vista scientifico possono essere definiti piccoli e sottili peletti o escrescenze che emergono dall'epidermide di piante tipicamente unicellulari e ghiandolari.

Una ghiandola è una struttura vegetale o animale in grado di secernere autonomamente particolari sostanze chimiche, imprescindibili per l'organismo preso in esame o volte ad essere espulse nell'ambiente circostante sotto forma di “barriera difensiva”.

Sono i calici e i pistilli dell’infiorescenza di cannabis non impollinata a ricoprirsi di tricomi, i quali generano una secrezione ghiandolare, risultato di un complesso processo di biosintesi. Proprio in virtù di tale secrezione vengono prodotti i metaboliti, precursori fitochimici che comprendono anche i cannabinoidi nel caso della marijuana.

All’interno dei tricomi vengono inoltre prodotti anche i terpeni, che tendono in questo modo ad accumularsi unitamente alla resina all’interno delle cavità secretorie.

La resina di fatto rappresenta dunque una vera e propria arma di difesa necessaria alla pianta per sopravvivere più facilmente nel suo habitat naturale. Le famiglie di terpeni sono molteplici e in molti casi vengono appositamente prodotte per rappresentare ottimi repellenti contro agenti patogeni, così come animali erbivori e insettivori o funghi. Una volta raccolte ed essiccate le infiorescenze, sono proprio i tricomi e la resina in essi contenuta, a determinare effetti psicoattivi e potenzialmente terapeutici a seconda dei trattamenti a cui vengono sottoposte.

Dalla resina prodotta dai tricomi trae origine l’hashish, un tempo prodotto mediante una semplice estrazione a secco, metodologia ideata in Marocco e presto diffusa in tutto il mondo, che diede origine al cosiddetto hashishDoppio Zero”: le infiorescenze mature venivano avvolte da un tessuto fine e battute sulla superficie di un grande contenitore in modo tale da depositarne all’interno gli stessi tricomi, successivamente pressati in panette. Oggi tale metodo è stato soppiantato da tecniche moderne e in grado di preservare maggiormente l’integrità della resina a livello organolettico, sebbene rappresenti comunque una tradizione che ha dato vita ad hashish di ottima qualità e decisamente apprezzato dai cultori del fumo.

Il colore dei tricomi, minuscole fabbriche fitochimiche degne di nota, rappresenta di fatto il principale indicatore utile a riconoscere con facilità il punto di maturazione della marijuana, definendone la raccolta delle cime. All’inizio della fase di fioritura i tricomi appaiono trasparenti, i calici non risultano ancora ingrossati e i pistilli si presentano di colore bianco o giallognolo. Con il passare del tempo, gli stessi calici iniziano a gonfiarsi e i tricomi a perdere a poco a poco la caratteristica trasparenza, che lascia spazio a un bianco opaco e lattiginoso mentre le sottili escrescenze che li costituiscono, iniziando ad assumere una curvatura verso l'esterno, complice il peso della ghiandola bulbosa ormai impregnata di resina. Solo a questo punto i pistilli appassiscono, iniziando a presentare una colorazione più scura e intensa che può variare dal giallo intenso, all’arancio, marrone o color malva a seconda della specie.

Nelle ultime settimane della fase di fioritura invece, i tricomi tendono ad assumere colori differenti in funzione della varietà di cannabis, sebbene tendano generalmente a tonalità scure, passando dal bianco lattiginoso al giallognolo o rosa scuro, assumendo una colorazione violacea nelle specie esotiche. Le maggiori concentrazioni di THC si raggiungono in corrispondenza della fase di appassimento dei pistilli: qui le ghiandole risultano ormai cariche di resina, ma sempre ben ancorate agli steli che ne rappresentano il sostegno. Successivamente il THC tende tuttavia a degradarsi lasciando spazio al CBD e ad altri cannabinoidi dalle proprietà terapeutiche, presenti comunemente nei tricomi più maturi e scuri. Tuttavia solo una notevole esperienza può consentire di stabilire con precisione il momento più idoneo alla raccolta, in funzione degli effetti desiderati.

Quanti tipi di tricomi della cannabis esistono

Nella cannabis, i principali siti in cui vengono sintetizzati e stoccati i metaboliti secondari o cannabinoidi sono minuscole strutture definite tricomi ghiandolari. Qui si concentrano non solo i principi attivi ma anche gran parte dei monoterpeni e sesquiterpeni prodotti dalla pianta. Essi rivestono un ruolo di rilievo sotto l’aspetto terapico e farmacologico e per questo motivo, le materie prime impiegate nella produzione di farmaci dovrebbero contenere un quantitativo significativo in tricomi ghiandolari nella fase di sviluppo ottimale, in modo tale da garantirne la massima efficacia. La pianta di cannabis presenta sei differenti forme di tricomi, ognuna con caratteristiche differenti e relative concentrazioni di attivi altrettanto variabili.

Tricomi Unicellulari

Noti anche come tricomi di rivestimento, i tricomi unicellulari non presentano alcuna funzione secretoria. Si formano per primi a seguito della germinazione, rivestendo la superficie delle foglie cotiledonari e per l’intera durata del ciclo vitale della pianta, continuano a svilupparsi ricoprendo un ruolo determinante nella riduzione della perdita di acqua a carico delle foglie, fungendo da isolamento contro le temperature eccessivamente elevate.

Tricomi cistolitici

I tricomi cistolitici sono invece ricchi di calcare e contribuiscono a rendere ruvida al tatto la superficie delle foglie che rendono la superficie superiore delle foglie ruvida al tatto, in modo tale che siano meno appetibili per eventuali predatori erbivori.

Tricomi ghiandolari sessili

I tricomi ghiandolari sessili sono ghiandole resinose a forma di bulbo, derivanti dalle cellule sub-epidermiche: essi rivestono tutta la parte aerea della pianta e contengono le cellule secretorie responsabili della biosintesi di cannabinoidi e olii essenziali. Inizialmente appaiono trasparenti, con durante la maturazione, mutano il proprio colore passando dal bianco lattiginoso al giallo ambra. Pur non essendo chiara la caratteristica funziona biologica, sembra che siano deputati a difendere i tessuti vegetali da eventuali predatori.

Tricomi sessili anteridiali

Presenti solo nelle piante di sesso maschile, sono considerati una forma distinta di tricomi sessili in virtù delle loro significative dimensioni: non presentano funzionalità secretorie.

Tricomi ghiandolari peduncolati

I tricomi ghiandolari peduncolati tendono ad abbondare sulle infiorescenze femminili, presentando una "testa resinosa" simile a quella dei tricomi ghiandolari sessili sebbene la pianta tenda a svilupparli solo durante la fase di fioritura. Il contenuto delle teste resinose appare trasparente durante le prime fasi di sviluppo, per poi diventare bianco opaco solo successivamente. Un'eccessiva maturazione comporta un imbrunimento dei tricomi, dovuto ai processi necrotici a carico delle cellule secretorie, responsabili dello stoccaggio dei principi attivi ma anche dei processi di biosintesi. Rivestono interamente le infiorescenze femminili formando una vera e propria barriera resinosa e appiccicosa contro insetti e parassiti, i quali vi rimangono facilmente intrappolati. Rappresentano inoltre una protezione efficace sia contro l’essiccazione che contro il calore mentre la resina contribuisce a proteggere la pianta dai raggi UV.

Tricomi ghiandolari a bulbo

Presenti in particolar modo sul fusto i tricomi ghiandolari a bulbo possiedono dimensioni estremamente ridotte rispetto alle altre tipologie. Non son dotati di alcun peduncolo, ma connessi all'epidermide mediante due singole cellule. Le ghiandole apicali a forma di bulbo non contengono tuttavia concentrazioni di cannabinoidi rilevanti, pertanto la funzione di queste complesse strutture risulta ancora nebulosa.

Un'elevata concentrazione di tricomi ghiandolari peduncolati posti sulle infiorescenze della pianta di cannabis, offre il presupposto di un alto contenuto di principi attivi.

Come capire lo stato di maturazione della marijuana osservando i tricomi

A determinare la maturità di una cima non è il cambiamento cromatico dei pistilli, bensì lo stato di maturazione dei tricomi, nonostante lo sviluppo di entrambi possa verosimilmente andare di pari passo. Il modo migliore dunque per determinare il periodo più favorevole per raccogliere le infiorescenze è esaminare accuratamente i tricomi per mezzo di un microscopio o di una lente con ingrandimento di almeno 100 volte, monitorandone le diverse fasi di sviluppo.

Quando i tricomi assumono una colorazione trasparente significa che al loro interno sono contenuti solo i precursori dei cannabinoidi in grado di indurre gli effetti psicoattivi noti: effettuare la raccolta in questa fase pregiudicherebbe inevitabilmente la concentrazione di attivi presenti, rendendo il prodotto finale poco potente in termini di effetti.

Successivamente i tricomi assumono un aspetto più opaco e lattiginoso, e in questo caso il THC raggiunge la sua piena maturità: nonostante la concentrazione sia in questo caso espressa al 100%, occorre però comprendere che la pianta continua costantemente a produrre ghiandole trasparenti anche dopo il raccolto, fattore che implica l’impossibilità di osservare cime completamente avvolte solo da tricomi lattiginosi in grado di fornire una concentrazione massima di principi attivi. Assunto invece un colore ambrato a carico delle ghiandole, non si è più in presenza di THC ma di CBN, la relativa forma degradata: il prodotto in questo caso ha perso gran parte della sua “potenza”, presentando proprietà meno inebrianti ma più narcotiche.

Di fatto, sperare di ottenere infiorescenze con il 100% di tricomi opachi è pressoché impossibile: in linea generale la regola suggerisce di effettuare la raccolta quanto circa l’85% degli stessi presenta totalità lattiginose, il 10% ambrate, e solo il 5% trasparenti. È possibile inoltre comprendere con anticipo quali saranno gli effetti indotti dalle cime: se si anticipa la raccolta, le infiorescenze indurranno sensazioni cerebrali e inebrianti ovvero il cosiddetto high mentre se il taglio delle cime viene posticipato, gli effetti risulteranno più “corporei”. Analizzare tali fattori può sicuramente aiutare, in modo tale da effettuare la raccolta proprio in funzione delle esigenze personali e relativi effetti desiderati.

Come aumentare la produzione di tricomi nelle piantine di cannabis

Non esistono stratagemmi o magie: per ottenere infiorescenze con un’alta concentrazione di tricomi e quindi di principi attivi è necessario investire particolare cura e attenzione nella crescita delle piante a cominciare dalla fertilizzazione: se di fatto in fase di sviluppo la pianta di cannabis necessità di notevoli dosi di azoto, al contrario in fase di fioritura, la fertilizzazione dovrà vertere sulla somministrazione di fosforo e potassio, riducendo drasticamente l’azoto stesso. Tale cambiamento tuttavia potrebbe comportare un cambio significativo del pH dell’acqua, e in questo caso sarà necessario intervenire col cosiddetto lavaggio della terra o flush effettuato con acqua pura con una soluzione leggera, nelle ultime 12 settimane di fioritura, quando cioè i pistilli raggiungono per il 50% una colorazione rossa/arancio. Una volta maturati i fiori e atteso il picco di produzione dei tricomi, tale processo terminerà appunto con un ulteriore lavaggio: in questo caso sarà dunque necessario monitorare le infiorescenze fino alla fine dell’ottava settimana verificando che i tricomi siano bianchi e ambrati. Qualora alla nona settimana non risultino ancora mature occorrerà eseguire pertanto un nuovo lavaggio. Si tratta di un processo lento, che richiede pazienza ma che tuttavia assicura ottimi risultati.

Ulteriore accortezza da adottare per consentire alle infiorescenze di produrre una quantità maggiore di tricomi, è data dalla cosiddetta defogliazione strategica, pratica che consiste nello sfoltire le foglie prendisole che tendono a impedire la corretta penetrazione della luce sulle infiorescenze: rimuoverle a piccoli gruppi mediante la pratica del lollipopping permette alla pianta di concentrare la sua energia nello sviluppo di cime grandi e di conseguenza più ricche di componente resinosa.

Occorre inoltre prestare particolare attenzione anche all’inquinamento luminoso, nemico acerrimo delle piante di cannabis che si sviluppano seguendo un ben preciso fotoperiodo. Sebbene le piante autofiorenti siano più tolleranti a tale disturbo, un’interruzione del ciclo di 12 ore di buio può risultare deleteria per le cime. Per assicurare dunque la massima produzione dei tricomi, è necessario assicurarsi che il periodo di buio sia caratterizzato da buio intenso nero pece, poiché le piante di sesso femminile, se stressate, possono sviluppare caratteri intersessuali e produrre polline, con conseguente produzione di erba ricca di semi e di pessima qualità.

Ultimo suggerimento, ma non certo in ordine di importanza, consiste nell’utilizzare da principio genetiche di ottima qualità, selezionando specie adatte all’ambiente di coltivazione e al clima qualora si desiderasse coltivare outdoor. Non esistono formule magiche per ottenere infiorescenze ricche di tricomi, tuttavia la pazienza, così come l’attenzione e la cura per i dettagli possono sicuramente fare la differenza in termini di resa e qualità del prodotto finale.