Il CBD o cannabidiolo fa parte dei cannabinoidi comunemente presenti nella cannabis. Tale principio attivo sta guadagnando una crescente popolarità in ambito terapeutico e nella medicina naturale poiché sembra offrire al corpo i più svariati benefici. Molteplici sono i dibattiti in merito attualmente in corso, altrettanti gli studi e le ricerche legate alla relativa applicazione del CBD che, tra gli innumerevoli vantaggi che è in grado di conferire, sembrerebbe rappresentare un efficace coadiuvante nel trattamento del cancro. Sebbene tuttavia risulti prematuro affermare che lo stesso principio attivo possa rappresentare una vera e propria cura palliativa contro il cancro, è ormai appurato come proprio il CBD trovi notevole riscontro circa la gestione dei sintomi che si verificano generalmente a causa della malattia, riducendo altresì quelli che possono essere gli effetti collaterali dati dalle terapie ad essa correlate.

Oggetto di numerose ricerche nonché motivo di interesse è in particolare l’olio di cannabis nella cura del cancro: attualmente non vi è nulla di certo circa la reale efficace anche se tuttavia negli ultimi decenni sono state riscontrate testimonianze a riguardo piuttosto promettenti, che d certo contribuiscono ad alimentare le speranze di pazienti e malati terminali. Uno studio condotto nel 1975 su topi da laboratorio, ha di fatto riferito che la combinazione di THC e CBN o cannabinolo, rallenterebbe il decorso di patologie quali il carcinoma polmonare. Nel 2014 è stato invece scoperto che THC e CBD sarebbero in grado di promuovere l’efficacia della radioterapia, sebbene tale ricerca sia stata comunque condotta solo su cellule animali. Notevole scalpore ha suscitato un recente caso clinico ove un paziente affetto da cancro ai polmoni, ha rifiutato le cure convenzionali privilegiando l’utilizzo di olio al CBD e constatando successivamente una regressione della malattia. Semplici ipotesi, quantomeno fino a questo momento, poiché e se di fatto la cannabis può rappresentare un valido aiuto nel trattamento del dolore e delle sintomatologie, è altrettanto vero come fino ad oggi le ricerche siano state condotte solo su cellule animali, senza tuttavia una controprova scientifica di come i cannabinoidi possano effettivamente interagire con le cellule umane affette dal cancro. E sebbene siano molteplici le casistiche che hanno visto l’organismo umano avvalorare l’efficacia dei principi attivi contenuti nella marijuana, tale scenario potrebbe di fatto apparire puramente soggettivo, questo quantomeno fino a quando la ricerca scientifica a riguardo, troverà riscontro su larga scala.

Fino a questo momento dunque, non sussistono prove sufficienti per sostenere se l'olio di cannabis disponga del potenziale necessario per curare il cancro. Saranno dunque necessari studi ad ampio spettro e a lungo termine condotti sull’uomo, al fine di determinarne l’efficacia così come le modalità di utilizzo.

L’olio di cannabis dà buoni risultati nella lotta al cancro. I primi risultati di uno studio scientifico

Ha suscitato scalpore il caso di un 81enne del Regno Unito di cui non si conoscono tuttavia le generalità, che ha scelto di assumere olio al CBD per combattere il tumore ai polmoni che lo aveva colpito da tempo, rifiutando le terapie tradizionali. Altrettanto sorprendenti i risultati che sono stati resi noti dai medici che lo avevano in cura, successivamente pubblicati sulla rivista Sage Open. Gli stessi hanno infatti riscontrato che proprio il CBD può aver giocato un ruolo fondamentale nella risposta positiva del paziente. La sostanziale regressione dell’adenocarcinoma istologicamente confermato a carico del polmone, potrebbe altresì essere dipesa proprio dall'auto-somministrazione di olio di CBD per circa un mese, questo poiché non è stato effettuato di fatto alcun cambiamento nello stile di vita né nelle terapie farmacologiche applicate fino a quel momento. Sebbene tuttavia siano necessarie ulteriori ricerche sia in vitro che in vivo, volte a valutare le effettive dinamiche suscitate dall’azione del CBD sulle cellule tumorali, è auspicabile che tale soluzione terapeutica in futuro possa essere applicata facilmente e con successo ad altre forme tumorali di entità variabile. Da anni ormai proprio la marijuana terapeutica trova ampio impiego nell’arginare non solo le sintomatologie legate al cancro: essa infatti offre notevoli benefici anche su vomito e nausea provocate da chemio e radioterapia, contro gli stati dolorosi e nel trattamento di ansia, depressione, insonnia, stress e inappetenza, rivelandosi risolutiva.

Cannabis e cancro: cosa dice l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro

Con l’espressione “marijuana terapeutica” generalmente si intende un preparato a base di foglie di cannabis sativa, dove i principali principi attivi sono proprio il THC o tetraidrocannabinolo e il cannabidiolo o CBD. A partire dal 2016 anche in Italia, gli stessi derivati della cannabis quali ad esempio l’olio al CBD, sono considerati a tutti gli effetti come preparazioni farmacologiche prescrivibili dal proprio medico, mediante ricetta classica.

Lo stesso CBD è stato più volte applicato nel trattamento delle principali patologie neurologiche quali l'epilessia e sembrerebbe risultare efficace anche se impiegato contro gli stati depressivi. Per quel che concerne invece il cancro, gran parte delle ricerche ad oggi rese note, sono state condotte semplicemente in vitro come dimostra quanto pubblicato sulla nota rivista Cannabis and Cannabinoid Research: gli studi rivelerebbero infatti una ridotta ma pur sempre significativa attività citostatica tradotta nell’efficacia della cannabis nella riduzione della crescita cellulare, tuttavia ancora da dimostrare sull’organismo umano.

Cannabinoidi endogeni come agiscono

Il cervello umano è in grado di produrre particolari sostanze chiamate endocannabinoidi, analoghe a quelle comunemente presenti nella cannabis. Studiando tali sostanze sono pertanto stati chiariti i meccanismi che risiedono alla base degli effetti terapeutici ma anche collaterali a carico del THC, sostanza tipicamente psicoattiva e psicotropa. Gli stessi endocannabinoidi sono infatti in grado di agire in particolar modo sul recettore CB1, presente soprattutto nella corteccia cerebrale e questo determinerebbe appunto gli effetti più comuni dati dalla marijuana quali la sensazione di euforia e una sostanziale riduzione di ansia, stress e difficoltà del sonno. Le numerose ricerche condotte fino ad oggi, hanno pertanto portato a comprendere anche i meccanismi d’azione a carico dei recettori 2-AG, inibitori dell'eccitazione delle cellule nervose così come dell’anandamide, che invece svolge il ruolo di modulatore dello stress determinando in questo modo le basi fisiologiche dell’azione promossa dalla cannabis e dallo stesso THC: antidolorifica, antidepressiva e utile nella stimolazione dell’appetito in pazienti colpiti da nausea e vomito provocato dalle terapie.

Utilizzo medico della cannabis e relativi derivati

Sono molteplici le forme di tetracannabidiolo disponibili anche se quella maggiormente applicata in ambito terapeutico e farmacologico è la delta-9-THC, ritenuto dalla Food and Drug Administration statunitense utile nel contrastare i disturbi legati a qualsivoglia forma tumorale così come eventuali effetti collaterali dati dalle chemioterapie. Tale principio attivo può essere facilmente assunto per inalazione o per ingestione, dove in questo caso viene metabolizzato dal fegato, determinando effetti significativamente più marcati. Se negli USA sono state recentemente rese disponibili preparazioni farmaceutiche a base di cannabis che prevedono l’assunzione orale, in Olanda la cannabis terapeutica viene generalmente impiegata per inalazione mediante materia vegetale con un contenuto di THC titolato e controllato. A partire invece dal 2016 in Italia, il Ministero della salute in collaborazione col Ministero della difesa, ha dato il via alla produzione nazionale di Cannabis terapeutica presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze in modo da rendere disponibile tale terapia ai pazienti colpiti da patologie gravi e invalidanti, nel trattamento del dolore.

Effetti antitumorali dell’olio al CBD

Sebbene le aspettative circa l’applicazione terapeutica del CBD siano elevate, ad oggi gli studi che hanno dimostrato in concreto il potenziale effetto antitumorale a carico dei cannabinoidi sono ancora da considerarsi allo “stadio embrionale”, questo poiché non esistono dimostrazioni effettive legate all’essere umano. Le ricerche condotte su topi e ratti hanno mostrato come i principi attivi della cannabis siano di fatto in grado di promuovere l’inibizione delle cellule tumorali mediante la “morte programmata” delle cellule maligne detta apoptosi così come i relativi effetti antiangiogenici, che impedirebbero cioè lo sviluppo dei vasi sanguigni in grado di favorire la crescita tumorale.

Il THC risulterebbe altresì efficace contro il cancro del fegato o carcinoma epatocellulare oltre a disporre di un effetto antinfiammatorio sul colon che ridurrebbe il rischio di contrarre qualsivoglia forma tumorale. E sebbene la ricerca necessiti di ulteriori riscontri, i medici e i ricercatori continuano a dichiararsi soddisfatti di quanto avvalorato finora, auspicando per il futuro notevoli progressi volti a concretizzare l’idea di impiegare la cannabis come alternativa alle terapie farmacologiche convenzionali.

Cannabis: un flavonoide potrebbe essere utile nella lotta contro alcune forme di tumore

Un’interessante novità arriva da Boston dove è stato studiato un composto della cannabis alternativo ai cannabinoidi, utile nel trattamento di una forma tumorale di fatto mortale quale quella al pancreas che, generalmente offre solo l’8% di possibilità di godere di un’aspettativa di vita superiore a 5 anni.

Tale farmaco, impiegato nella ricerca prende il nome di FBL-03G ed è il derivato di un flavonoide naturalmentepresente nella cannabis. I ricercatori del Dana-Farber hanno pertanto scelto di applicarne il potenziale terapeutico proprio su quella che da sempre è ritenuta essere la forma tumorale dal più elevato tasso di mortalità, questo poiché le cellule tumorali in questo caso tendono ad adattarsi ai trattamenti farmacologici convenzionali, divenendone immuni. La ricerca condotta ha evidenziato come questo flavonoide abbia promosso l’apoptosi, una volta esposte le cellule tumorali al composto. I risultati, resi noti sul Frontiers of Oncology sono stati più che soddisfacenti come testimonia lo stesso Wilfred Ngwa, assistente professore di Harvard e ricercatore che ha preso parte alla ricerca.

Tale flavonoide della cannabis risulterebbe efficace anche sulle metastasi, inibendo la crescita delle cellule tumorali a carico di altre parti del corpo, sintomo che nel relativo meccanismo d’azione, sarebbe compresa altresì la stimolazione del sistema immunitario. Questo significa che se quanto riscontrato dalla ricerca, fosse successivamente confermato da studi maggiormente approfonditi, l’impatto di tale scoperta rappresenterebbe un successo clinico, in virtù dell’opportunità di curare un tumore che ad oggi compromette in maniera significativa le aspettative di vita dei pazienti, questo grazie alla marijuana terapeutica.

L’olio di CBD ridurrebbe il cancro ai polmoni

Da anni ormai la cannabis terapeutica risulta ampiamente utilizzata al fine di ridurre le sintomatologie che colpiscono i pazienti affetti da forme tumorali, le stesse che tendono a manifestarsi attraverso nausea, vomito e inappetenza provocati dalla chemioterapia, così come insonnia e inappetenza. Aumentano quindi le ricerche e le sperimentazioni legate all’applicazione nei cannabinoidi nel trattamento dei tumori stessi. Il caso clinico che ha coinvolto l’anziano paziente inglese che, dopo aver rifiutato cure tradizionali quali la chemio e radioterapia ha optato per la somministrazione di olio al CBD ha fatto decisamente scalpore, suscitando l’interesse dell’intera comunità scientifica. Anche l’Italia grazie all’Istituto Europeo di Oncologia, ha dato pertanto il via alla somministrazione di marijuana come coadiuvante delle terapie convenzionali in modo da monitorare le condizioni generali dei pazienti a seguito di tale protocollo d’azione. Un piccolo passo dunque che si spera presupponga tutti gli approfondimenti clinici del caso circa l’efficacia dei cannabinoidi e derivati nel trattamento di condizioni e patologie potenzialmente invalidanti: per i pazienti affetti da malattie autoimmuni, sclerosi multipla e Alzheimer proprio la ricerca potrebbe aprire le porte a nuove opportunità, migliorandone la quotidianità e le aspettative di vita generalmente piuttosto scarse.

Cannabis terapeutica: molti pazienti oncologici non la conoscono

L’impiego della cannabis in ambito terapeutico ad oggi per molti rappresenta ancora un argomento poco conosciuto e alquanto nebuloso. A confermarlo un recente studio pubblicato sul Journal of Oncology Pharmacy Practice che ha reso noto come gran parte dei pazienti oncologici considera la cannabis terapeutica ancora un enorme tabù. Da un sondaggio che ha visto infatti coinvolti 200 pazienti oncologici italiani monitorati all’interno di tre diversi centri di cura, sono emersi dati piuttosto significativi: del totale, solo il 3% ha avuto modo di discutere col personale medico circa l’impiego della cannabis terapeutica. La maggior parte ne è invece venuta a conoscenza mediante mezzi di informazione quali giornali e televisione. La stessa indagine evidenzia come sia ancora piuttosto diffusa l’idea che tale trattamento sia esclusivamente destinato a malati terminali, mentre di fatto è ormai risaputo come la cannabis terapeutica rappresenti un valido aiuto nella riduzione di sintomatologie generalmente provocate dai trattamenti antitumorali quali chemio e radioterapia, rendendole tollerabili. Allarmante constatare che, seppur in minima parte, molti degli intervistati hanno manifestato di temere eventuali dipendenze: il pregiudizio spesso contribuisce a mettere freno al progresso, limitando dunque l’innovazione anche in campo medico.