Quando si parla di coltivazione idroponica, si fa riferimento a una tipologia di coltura che non prevede l’impiego di terriccio ma che al contrario avviene fuori suolo, pur mantenendo il corretto apporto di nutrienti necessari allo sviluppo delle piante. Queste vengono infatti sostenute da un vero e proprio sostituto del terreno, detto substrato, in grado di accoglierne facilmente le radici, promuovendone la crescita. Diversi possono essere i materiali impiegati nel substrato: si spazia dalla fibra di cocco alla lana di roccia, senza tralasciare ghiaia e sabbia, sebbene queste ultime presentino lo svantaggio di renderne macchinosa la pulizia, parte integrante di questa particolare tecnica di coltivazione.

Materiali particolarmente gettonati sono altresì l’argilla espansa così come la pietra lavica, particolarmente versatili, complice la consistenza porosa e il pH generalmente neutro. Nella coltivazione idroponica di cannabis, le piante vengono irrigate mediante una soluzione di acqua e nutrienti, gli stessi che vanno a sostituire gli elementi comunemente presenti nel terreno convenzionale: tuttavia tali sostanze vengono elaborate in modo tale da non presentare potenziali problematiche a carico della coltura, filtrate quindi da eventuali contaminazioni batteriche e microbiche deleterie. Unitamente all’impiego del substrato, permettono altresì di intervenire sul pH, cosa che al contrario non avviene col terreno, consentendo in ultimo di ricreare un ecosistema ideale per le piante di cannabis e facendo in modo che le stesse assorbano solo quanto realmente necessario, evitando sostanze potenzialmente nocive.

Sebbene si tenda a ritenere il contrario, tale pratica ha origini antiche: la coltivazione idroponica veniva infatti piegata già dai tempi della civiltà Babilonese e Atzeca, di cui fanno parte i celebri Giardini Pensili, parte delle “Sette meraviglie del mondo”. Come affrontare dunque tale tecnica qualora si desideri coltivare cannabis secondo tali modalità? In questa guida illustreremo tutte le variabili da considerare al fine di ottenere un raccolto proficuo e quanto più soddisfacente possibile, indicando le modalità più utili per gestire una coltivazione idroponica di cannabis.

Cos’è la coltivazione idroponica della marijuana

Come è facilmente intuibile l'idroponica rappresenta una metodologia di coltivazione “fuori-suolo” che prevede il solo impiego di acqua in qualità di substrato primario. Un impianto idroponico tra i più semplici vede le piante di cannabis coltivate all’interno di semplici secchi, piccoli recipienti o ceste riempite di un substrato “inerte”, sospese al di sopra di un serbatoio pieno d’acqua, la quale racchiude tutte le sostanze nutritive necessarie alla loro sopravvivenza, alla crescita e allo sviluppo delle stesse, agevolato dall’impiego di piccole pietre porose che consentono la corretta ossigenazione del liquido. Tale modello costituisce una “base di partenza” anche se di fatto in commercio sono disponibili sistemi più complessi che possono presentare forme differenti: la scelta dell’impianto appare dunque soggettiva e può di fatto variare in funzione delle esigenze personali del coltivatore.

Molti sono comunque i vantaggi dati dalla coltivazione idroponica: le piante, crescendo al di fuori del terreno, possono godere di un ecosistema controllato inserito in un contesto completamente privo di parassiti, riducendo in questo modo il rischio di contaminazioni batteriche e infestazioni.

Grazie poi alla possibilità di monitorare capillarmente tutti i parametri ambientali quali luce, temperatura, sostanze nutritive, conducibilità e pH, è facile ottenere risultati che superano di gran lunga quelli auspicabili mediante una coltivazione convenzionale, il tutto senza dover ricorrere ad antiparassitari che sovente possono compromettere la coltivazione stessa: l’idroponica consente infatti di massimizzare la resa produttiva sia in termini di qualità che di quantità e rapidità dello sviluppo, ed è per questo che negli ultimi anni ha rappresentato una tra le tecniche sicuramente più apprezzate e utilizzate non solo sai professionisti ma anche dai piccoli coltivatori che per diletto decidono di avvalersene, studiandone opportunamente caratteristiche e benefici.

Cosa sono le coltivazioni idroponiche

L’importanza che ha avuto la coltivazione idroponica, secolo dopo secolo, non è ostica da comprendere: la storia di tale metodologia affonda le proprie radici nell’antichità, dove le popolazioni vivendo prevalentemente di agricoltura, hanno da sempre cercato di ottimizzarne la resa in termini di produttività.

Storia delle coltivazioni idroponiche

Di primo acchito, la coltivazione idroponica potrebbe apparire come il frutto dei più avanzati progressi tecnologici, asserzione che tuttavia appare totalmente lontana dalla realtà. L’origine della coltivazione praticata in acqua risale addirittura a migliaia di anni fa: si ipotizza infatti che i famosi Giardini Pensili presenti a Babilonia e sorti intorno al 600 a.C, fossero il risultato dell’impiego di quelle che già a quel tempo, rappresentavano le basi di quella è ad oggi la moderna idroponica. La regione situata in prossimità dell’Eufrate era generalmente secca e piuttosto arida ed è per questo plausibile che gli abitanti del posto, utilizzassero rudimentali sistemi di irrigazione che attingevano direttamente dal fiume, per alimentare le coltivazioni.

Giungendo poi fino al X e XI secolo, emerge come la civiltà azteca facesse anch’essa sorprendentemente uso della coltivazione idroponica, questo per garantire il benessere della società, basata quasi integralmente sull’agricoltura: abbandonando le proprie terre a causa dei numerosi conflitti, la popolazione, dopo essersi stabilita lungo le sponde del lago Tenochtitlan, iniziò a costruire vere e proprie zattere galleggianti che, rivestite di terreno, permettevano la crescita delle piante che affondavano le proprie radici nelle acque sottostanti. Ulteriore testimonianza risale poi al 1699 quando lo scienziato inglese John Woodward scelse di ricorrere alla coltivazione idroponica di piante di menta dopo aver studiato come le specie vegetali, tendano a crescere con maggiore rapidità se radicate in una fonte d’acqua mista al terreno. Ecco che la storia dell’idroponica, attraverso innumerevoli progressi ha avvalorato quanto tale metodologia possa risultare efficace seppur contestualizzata in ambienti e scenari completamente differenti tra loro, compresa la coltivazione di marijuana.

I principali vantaggi della coltivazione idroponica

Sono molteplici i vantaggi dati dalla coltivazione idroponica: primo tra tutti la crescita estremamente rapida delle piante, rispetto a come avviene nella coltura che si avvale di comune terreno di circa il 30–50% unitamente alla resa maggiormente significativa. Questo “fenomeno” è da attribuire alle sostanze nutritive parte dell’impianto idroponico che nella fattispecie appaiono più facilmente disponibili per la coltura stessa. Sospese in acqua, penetrano rapidamente nel relativo sistema radicale, senza dover attraversare l’ostacolo dato dal terreno. Al contrario, le comuni coltivazioni che prevedono l’impiego del terreno, devono veicolare le radici, penetrando il substrato per poi raggiungere gli strati terrosi più profondi: l’accesso più semplice ai nutrienti, permette loro di conservare le proprie energie, focalizzate invece verso la crescita. Ulteriore vantaggio, non meno rilevante è la possibilità di praticare tale tecnica applicandola alla coltivazione di cannabis, anche indoor: tale opportunità consente di ottimizzare lo spazio a disposizione, incrementando notevolmente la produttività delle piante di marijuana. Non è inoltre necessario l’impiego di fertilizzanti o erbicidi, questo poiché l’idroponica determina un ambiente totalmente privo di batteri, parassiti e microorganismi che in una comune coltivazione, potrebbero pregiudicare l’integrità delle piante. Sebbene dunque l’idroponica rappresenti una metodologia di coltivazione relativamente complessa, poter determinare un ecosistema controllato offre maggiori possibilità di successo anche per i coltivatori meno esperti: una ridotta manutenzione unita alla corretta gestione della coltura offre senza dubbio enormi soddisfazioni quando giunge il momento di beneficiare del raccolto.

Come impostare una coltivazione idroponica

Al fine di ottimizzare al meglio la coltivazione idroponica di marijuana, è necessario considerare attentamente tutti gli elementi che costituiscono tale sistema, questo al fine di rendere facilmente gestibile l’intero impianto, a vantaggio della successiva resa a carico delle piante di cannabis. Ecco dunque come orientarsi nella scelta del substrato ideale così come delle varietà di marijuana da coltivare, senza tuttavia tralasciare l’impianto.

Scelta del substrato

Quando si sceglie di sfruttare la coltivazione idroponica, gioca un ruolo fondamentale la scelta del substrato di coltura, poiché, supplendo il sostegno del terreno, permette di mantenere nella corretta posizione l'intersezione gambo e sistema radicale della pianta. Proprio questo consente alle radici di crescere immerse nell’acqua, favorendone l’assorbimento dei nutrienti. L’utilizzo di un substrato inerte agevola altresì la corretta aerazione della parte superiore alle radici, promuovendone l’ossigenazione. Sono molteplici i materiali impiegati comunemente a tale scopo, ognuno dei quali presenta caratteristiche differenti: sperimentare è fondamentale al fine di selezionare il substrato realmente adatto alle esigenze della coltivazione così come del coltivatore.

Tra le opzioni maggiormente apprezzate compare l'argilla espansa, eccellente materiale in grado di favorire l’ottimale ossigenazione dei sistemi radicali. Sebbene in alcuni casi necessiti dell'intervento del coltivatore per bilanciarne il pH al fine di agevolare la crescita ottimale delle piante, in commercio è facilmente reperibile materiale già opportunamente trattato, pronto all’uso e che necessita semplicemente di essere all’alloggiato nel contenitore di plastica deputato all’idroponica e dotato di fessure che consentiranno la crescita delle radici, una volta a contatto con l’acqua. Valida alternativa è data tuttavia dalla lana di roccia, materiale derivato dalle rocce vulcaniche e che presenta una trama del tutto simile alla lana da cui appunto trae origine il nome, disponendo di un livello di ritenzione idrica utile nel mantenere umide anche parti della pianta superiori alle radici. Oltre a poter essere collocata all’interno del contenitore destinato all’idroponica, può di fatto essere collocata ad esempio nella parte superiore di un secchio o ancora di un serbatoio privo del proprio coperchio.

L’idroponica prevede anche l’utilizzo di perlite, un vetro vulcanico che presenta la capacità di espandersi qualora esposto a temperature elevate. Comunemente impiegata anche nei terricci per piante da giardino al fine di favorirne l’aerazione, trova ampio impiego anche nella suddetta metodologia di coltivazione della cannabis, risultando particolarmente efficace. In ultimo, ma non certo in ordine di importanza, la fibra di cocco, valida alternativa ecosostenibile ai substrati inerti convenzionali. Derivata dalla fibra che riveste comunemente le noci di cocco, anch’essa è in grado di favorire l’aerazione e l’ossigenazione, conservando l’ottimale livello di umidità previsto dalla coltura. Tra le motivazioni che ne inducono la scelta, compare senza dubbio la proverbiale capacità di proteggere l’apparato radicale da eventuali infezioni, grazie alla presenza di ormoni stimolanti di derivazione vegetale.

Scelta della varietà di marijuana da coltivare

Quando si parla di varietà di marijuana, la selezione delle genetiche adatte alla coltivazione idroponica diviene un fattore di notevole importanza: se coltivate indoor le piante di cannabis possono assorbire i concimi con estrema rapidità, determinando una crescita assolutamente esplosiva. Meglio dunque optare per varietà sativa dalle dimensioni ridotte in modo tale da contenerne lo sviluppo, agevolando l’ottimizzazione dello spazio a disposizione e permettendo la coltivazione simultanea di piante differenti, dando così vita a una diversificazione utile al fine di ottenere una resa in termini di raccolto potenzialmente superiore, unitamente alla possibilità di affrontare facilmente eventuali sbalzi d'altezza.

Consigliata dunque in idroponica la varietà White Widow, un ibrido costituito da genetica 50% indica 50% sativa, in grado di raggiungere 60–100cm d'altezza se coltivata indoor, determinando una resa di circa 450–500g di infiorescenze al metro quadro a seguito di un periodo di fioritura di 8–9 settimane.

Da non sottovalutare nemmeno la Royal Dwarf, ibridazione tra Skunk e ruderalis che da vita a una pianta compatta e perfettamente in grado di garantire un’ottima resa in termini di infiorescenze: con una altezza piuttosto contenuta di circa 40-70cm, tale genetica può produrre facilmente 200g al metro quadro, in sole 8 settimane di fioritura, se coltivata indoor.

Scelta dell’impianto di coltivazione idroponica

Selezionato il substrato di coltura adatto, si rende dunque necessaria la scelta dell’impianto di coltivazione cannabis idroponica tenendo presente che generalmente tutti i sistemi tendono a somigliarsi poiché utilizzano una soluzione acquosa arricchita con sostanze nutritive sebbene possano variare in funzione di fattori quali l'esposizione e la circolazione dell'acqua.

Impianti quali il Deep Water Culture rappresentano non solo la soluzione più economica ma anche quella maggiormente adatta a coltivatori neofiti, questo poiché le piante vengono disposte all’interno di secchi entro i quali viene impiegata una soluzione nutriente abbinata a una pompa dell’aria deputata ad apportare la giusta quantità di ossigeno, in maniera costante.

Conosciuto invece come “ebb & flow”, il sistema flusso e riflusso, come suggerisce il nome, permette di il fluire e rifluire dell'acqua. Caratterizzato da una serie di secchi sospesi su un vassoio dotato di ingresso e uscita per l'acqua, vede entrambe le aperture connesse a un serbatoio esterno che unisce le sostanze nutritive a una pietra porosa che promuove l’ossigenazione e a una pompa utile a veicolare l’acqua all’interno del vassoio stesso. In questo caso le radici non appaiono costantemente immerse in acqua poiché è necessario inondare il vassoio periodicamente e in autonomia, al fine di garantire il corretto e costante apporto di nutrimento e ossigeno, per poi veicolare nuovamente l’acqua al termine di ogni ciclo, all’interno del serbatoio, permettendo in questo modo al coltivatore di monitorare facilmente le radici e il raccolto.

Ampiamente utilizzato anche il cosiddetto sistema goccia a goccia, impianto idroponico che presenta molteplici similitudini con quello che è il sistema di irrigazione impiegato generalmente per il terreno nelle coltivazioni convenzionali. È infatti caratterizzato da un vassoio di grandi dimensioni dove è collocato il substrato entro il quale vengono posizionate le piante, irrigate ognuna da un piccolo tubicino individuale di gocciolamento, posto nell’area immediatamente adiacente. Al contempo un serbatoio d’acqua esterno, unito a una pompa e alle pietre porose ne garantisce il gocciolamento costante: in questo caso dunque le radici sono esposte continuamente all’aria, mentre l’acqua in eccesso, filtrata al substrato, rientra automaticamente all’interno del serbatoio senza determinare esuberi.

Sono molti i coltivatori che scelgono di orientarsi invece verso la tecnica della pellicola nutritiva, sistema che consiste nel porre le piante all’interno di un cilindro inclinato per far si che l'acqua una volta penetrata da un lato, esca successivamente dall’altro sfruttando la gravità. In questo caso le radici crescono direttamente nel cilindro dove tuttavia sono esposte ad acqua corrente, la stessa che entra mediante un serbatoio in cui sono immerse pompa e relative pietre porose, per poi uscire nuovamente una volta completato il ciclo d’irrigazione. In idroponica è altresì possibile sfruttare il sistema a stoppino, impianto basico simile al sistema goccia a goccia: anche in questo caso l’acqua e posta in un serbatoio al di sotto di un vassoio, da cui escono piccoli stoppini che penetrano nel substrato permettendone l’irrigazione in maniera passiva, senza la necessità di utilizzare una pompa.

Versione moderna ed evoluta dell’idroponica resta tuttavia l’aeroponica, ove l’acqua viene nebulizzata e dispersa nell’aria in modo tale da mantenere un livello ottimale di areazione e idratazione. Questo sistema prevede la disposizione delle piante di marijuana nella parte superiore di un grande serbatoio riempito d’acqua per il 25%, ove è immersa una pompa volta a veicolare i nutrienti verso appositi diffusori posti al di sotto dell’apparato radicale. Proprio grazie alla nebulizzazione, l’assorbimento a carico delle radici appare pertanto favorito, consentendo alle piante di ricevere aria e acqua in quantità ottimali.

Come ottimizzare la resa di un impianto idroponico

Ottimizzare la resa dell’impianto idroponico è necessario al fine di favorire lo sviluppo e la crescita delle piante di cannabis, preservandola da eventuali problematiche che di norma, un ambiente umido comporta, quali la possibile proliferazione di agenti patogeni. Meglio dunque provvedere a sterilizzare e pulire l’attrezzatura in maniera accurata prima di configurare l’impianto e procedere al relativo utilizzo così come provvedere alla regolare manutenzione in modo da garantire alle piante un ambiente sempre ideale per la crescita.

A tal proposito è sempre necessario testare con regolarità il pH del substrato, questo poiché le sostanze nutritive appaiono maggiormente disponibili per le piante, se poste in un ambiente leggermente acido con pH 5,5–5,8, 6 solo se in fase di fioritura. In commercio sono disponibili appositi kit destinati a tale uso, che permettono di mantenere facilmente tale intervallo a patto che la soluzione venga sostituita periodicamente. Un ambiente di crescita ottimale prevede che la temperatura dell’acqua presente nell’impianto idroponico, si attesti a circa 20°C, monitorandola sempre mediante un termometro ad acqua e avendo l’accortezza di riscaldare la soluzione qualora la temperatura tenda ad abbassarsi eccessivamente.

Importante altresì apportare sempre una corretta quantità di fertilizzante poiché le piante in idroponica, presentano le medesime necessità di quelle coltivate in terreno. Esistono per questo fertilizzanti concepiti ad hoc, che contengono tutte le sostanze utili a favorire la fase vegetativa così come quella di fioritura: le etichette generalmente dispongono di tutte le informazioni necessarie al corretto dosaggio.

In ultimo, ma non in ordine di importanza, anche se di fatto rientra nella manutenzione ordinaria dell’impianto idroponico, la pulizia periodica di serbatoi e vassoi che dovrebbe essere effettuata ogni 2 settimane circa al fine di prevenire qualsivoglia contaminazione batterica.

Principali errori da evitare quando si coltiva la marijuana idroponica

Avviare una coltivazione idroponica di marijuana non è da considerarsi semplice, specie se si è alle prime armi. Commettere errori sovente evitabili può seriamente compromettere l’intera coltura, pregiudicandone non solo lo sviluppo ma anche e soprattutto la resa finale. Come per le convenzionali coltivazioni indoor, anche in idroponica le piante di cannabis necessitano di un’illuminazione corretta: una mancanza di luce comporta l'utilizzo irregolare delle sostanze nutrienti così come un rallentamento della fotosintesi col risultato di una notevole riduzione della produzione di infiorescenze. Discorso analogo per quanto concerne il livello di umidità che dovrebbe attestarsi intorno al 40% e il 50% in fase di fioritura e fra il 50% e il 60% in fase di crescita: un tasso di umidità differente potrebbe compromettere la coltura, agevolando la comparsa di infestazioni fungine. Particolare attenzione anche e soprattutto alla ventilazione che, se non corretta non consente alla pianta di ricevere la quantità di CO2 necessaria alla fotosintesi, provocando di conseguenza un rallentamento nello sviluppo, esattamente come la temperatura che idealmente dovrebbe sempre mantenersi tra i 21 e 27°C. Importante in idroponica, evitare di commettere errori legati all’irrigazione: Se eccessiva, il substrato tende a rimanere sommerso impedendo la corretta aerazione: le radici impediscono il corretto assorbimento dei nutrienti finendo per debilitare la pianta le radici possono marcire o bloccarsi, impedendo il corretto assorbimento dei nutrienti, comportando la compromissione della pianta, come avviene altresì in caso di scarsa irrigazione. Lo stesso apparato radicale non dovrebbe mai essere esposto alla luce, poiché diversamente diventerebbero verdi, riducendo sensibilmente le proprie funzioni, finendo anche in questo caso per limitare l’assorbimento dei nutrienti.

Coltivazione idroponica della marijuana: i consigli dell’esperto

Abbiamo chiesto a Marco, coltivatore esperto nonché appassionato di idroponica, di fornirci alcuni consigli utili per ottenere dalla coltivazione di cannabis attuata mediante tale tecnica, risultati più che soddisfacenti. “La coltivazione idroponica richiede passione e dedizione - ci ha risposto Marco. - Nulla deve essere lasciato al caso e ogni dettaglio deve essere curato al fine di garantire alle piante, un ambiente controllato che ne favorisca la crescita e lo sviluppo. Se non si è particolarmente esperti, meglio orientarsi su impianti idroponici di facile utilizzo, in modo da ridurre al minimo la manutenzione e la relativa gestione. Importante poi selezionare genetiche adatte a tale scopo, che mantengano dimensioni contenute favorendo l’ottimizzazione dello spazio e promuovendo di conseguenza la resa di ogni pianta. La coltivazione idroponica deve poi seguire le medesime regole impiegate per le varie fasi che accompagnano la pianta, dalla germinazione alla fioritura: meglio evitare dunque l’improvvisazione e la sperimentazione, favorendo i comuni protocolli suggeriti quando si sceglie di coltivare cannabis indoor.”

Osare sì, dunque, ma con le dovute cautele ed evitando azzardi: meglio partire da un un numero di piante che all’inizio può apparire esiguo, ma sperimentare e crescere progressivamente, così da avere sempre la certezza di ottenere un raccolto decisamente degno di nota.