L’interesse generato dal fumare erba è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni suscitando accesi dibattiti che ancora oggi fanno discutere i principali Organi di Stato, specie in Italia dove tale fenomeno ha avuto un notevole impatto a partire dall’introduzione dell’ormai nota Legge 242/2016, che regolamenta, seppur con scarsa chiarezza, la produzione, l’acquisto e l’utilizzo di cannabis definita light o depotenziata. Un decreto che tuttavia genera ancora non poca confusione, dubbi e perplessità agli occhi degli assuntori favorevoli alla legalizzazione della cannabis anche a uso ricreativo oltre che terapeutico.

“Articolo da collezione o ancora prodotto destinato esclusivamente a uso tecnico e collezionistico, ad attività didattiche, dimostrative e di ricerca”: è questa la definizione riportata sulle confezioni di cannabis legale, ora facilmente reperibili sia presso i distributori automatici delle tabaccherie che nei grow shop o e-commerce specializzati nella vendita di marijuana legale. E nell’inestricabile groviglio di informazioni che circolano in rete e non solo, il dubbio principale resta fondamentalmente sempre lo stesso: fumare erba è oggi possibile? La stessa legge non chiarisce tale quesito ma impone che la stessa marijuana provenga da genetiche depotenziate in grado di renderla “light” complice il ridotto contenuto di tetraidrocannabinolo o THC, noto principio psicoattivo e psicotropo responsabile del noto effetto “sballo”, che in questo caso non deve presentare una concentrazione superiore allo 0,2% con limite massimo attestato allo 0,6%, percentuale che nelle più potenti varietà di marijuana, può raggiungere e superare facilmente il 20%.

Se dunque da un lato la diffusione dei negozi fisici e online che vendono cannabis light e derivati rappresenta allo stato attuale un vero e proprio trend, dall’altro la portata del fenomeno assume senza ombra di dubbio una valenza in primo luogo culturale. Un vero e proprio slancio in avanti per conoscere le proprietà delle infiorescenze di cannabis fino ad oggi demonizzate che, anche nella versione light, privata di gran parte dei principi attivi tipici, determina meno effetti collaterali di quelli proposti dai più comuni psicofarmaci quali lo Xanax. E mentre gran parte degli assuntori abituali sperano nell’avvio di un percorso antiproibizionistico che contribuisca a sdoganare preconcetti e pregiudizi legati all’utilizzo ricreativo della cannabis, i neofiti tendono a considerare tale scenario ancora troppo nebuloso risultando ancora frenati nel timore di incorrere in spiacevoli rischi. Certo è che allo stato attuale risulta fortunatamente più semplice reperire erba buona e di elevata qualità, sicura e legale che consenta di beneficiare facilmente degli effetti positivi dati dal CBD, anche attraverso l’utilizzo di e-liquid al CBD o olio al CBD.

Quando fumare erba fa bene

L’erba legale può considerarsi tale secondo la Legge solo qualora concentrazione di CBD sia limitata al 4% e quella del THC inferiore allo 0,2%. Essa viene ricavata prevalentemente dalla Cannabis Sativa che, nel corso degli ultimi anni è stata oggetto di studi e sperimentazioni volte ad ottenere un prodotto finale del tutto privo di effetti psicotropi e psicoattivi. Fumare erba permette di beneficiare di effetti miorilassanti, antinfiammatori, antiossidanti e antiepilettici e di una piacevole sensazione di benessere e tranquillità, data dalla quasi totale assenza di THC.

L’elevato contenuto di CBD rende la cannabis legale un valido alleato contro l’emicrania e i dolori mestruali e a carico delle articolazioni, questo grazie ad una marcata e comprovata azione analgesica. Al contempo le ridotte e marginali concentrazioni di THC contribuirebbero a ridurre stati di stress e di eccessiva eccitazione, rendendo il soggetto assuntore comunque vigile e perfettamente cosciente di sé, senza alcun tipo di effetto collaterale tipico del principio attivo “stupefacente”. In particolare la cannabis terapeutica trova ampio impiego nel trattamento di patologie gravi ove le cure convenzionali non abbiano sortito gli effetti desiderati quali malattie autoimmuni e degenerative come l’Alzheimer o il Morbo di Parkinson e, risultando un valido coadiuvante nel trattamento di stati d’ansia, depressione, disturbo post-traumatico e insonnia. Fumare erba aiuta inoltre a favorire l’appetito nel trattamento dei principali disturbi alimentari quali anoressia e bulimia, questo complice la cosiddetta “fame chimica”, riduce la nausea provocata da patologie quali AIDS e HIV così come dai trattamenti chemio e radioterapici e, fattore di certo da non sottovalutare, si rivela un ottimo antiossidante complice la presenza di Omega 3 e Omega 6 che riducono sensibilmente i danni provocati dai radicali liberi, diretti responsabili dell’invecchiamento precoce. Parola d’ordine resta comunque la “moderazione” poiché è vero che la cannabis è un elemento naturale conosciuto e ampiamente apprezzato per le relative proprietà curative fin dall’antichità, ma è altrettanto vero che come ogni cosa, anche in questo caso l’utilizzo smodato e scorretto potrebbe comportare eventuali rischi, risultando deleteria. Fumare erba fa bene solo se l’assunzione non diviene progressivamente abuso.

Quando fumare erba fa male

Le varietà di marijuana attualmente presenti, legali o illegali, ad elevate concentrazioni di THC sono innumerevoli e in grado di soddisfare ogni genere di assuntore, abituale o occasionale. In linea generale a provocare spiacevoli effetti collaterali è proprio il tetracannabidiolo, principio attivo psicotropo responsabile della caratteristica sensazione di sballo che rende la cannabis così apprezzata soprattutto dai giovanissimi. Tale principio attivo, se assunto secondo dosaggi eccessivamente elevati, può comportare effetti collaterali psichici quali eccessiva euforia o al contrario disforia, inquietudine, paranoia, sensazione di perdere il controllo, riduzione della memoria e ancora alterata percezione del tempo e dello spazio, depressione, allucinazioni e limitazioni a carico dell’apparato locomotorio. In questi casi il soggetto colpito va semplicemente rassicurato una volta condotto in un posto tranquillo. Possono altresì comparire anche effetti collaterali prettamente fisici: in questo caso i più comuni si manifestano mediante secchezza delle fauci, debolezza a carico dell’apparato muscolare, disarticolazione della parola, aumento del battito cardiaco, riduzione della pressione, rossori a carico degli occhi e in alcuni casi capogiri. Più rari appaiono nausea e cefalea. Tuttavia gli effetti collaterali della marijuana possono variare in funzione del dosaggio e della quantità di THC nel sangue e in genere tendono a scomparire nell’arco di poche ore senza la necessità di ricorrere a trattamenti specifici.

Alcuni effetti del fumo di marijuana sugli adolescenti

La droga maggiormente consumata dai giovani è da anni proprio la cannabis, sebbene rispetto al passato la resina prodotta ad oggi dalle infiorescenze risulti essere molto più potente, complici le innumerevoli ibridazioni e genetiche a disposizione degli assuntori, elaborate al fine di sortire effetti sempre più marcati e importanti. Basti pensare che mediamente il contenuto di THC è presente in concentrazioni dall’8 al 17%, raggiungendo addirittura il 20% in varietà quali ad esempio la Sensi Star. Un aspetto desta non poca preoccupazione da parte degli esperti, proprio perché non è ancora possibile verificare tutte le possibili conseguenze a carico dell’assuntore, le stesse che possono spaziare dalla sola dipendenza allo sviluppo di disturbi psicotici. Tale ipotesi emerge da un recente studio ancora unico nel proprio genere, pubblicato sulla rivista Addiction e condotto dai ricercatori dell'Università di Bath e del King's College di Londra che hanno raccolto e analizzato i dati dell'Osservatorio europeo per i medicinali e tossicodipendenza relativi ai 28 Stati Europei, comprendendo Norvegia e Turchia. Questo ha reso possibile ricostruire “l’evoluzione della cannabis” nel decennio compreso tra il 2006 e il 2016, dalla quale è emerso un progressivo aumento della concentrazione di THC a fronte di una conseguente riduzione della concentrazione di CBD. Un risultato che ha messo inevitabilmente in allarme gli stessi ricercatori, questo poiché sono proprio i livelli più bassi di cannabidiolo a determinare i principali e potenziali danni a lungo termine, poiché in grado di inibire parte dell’azione dannosa propria del THC. Concentrazioni più basse di CBD legale implicano una sostanza notevolmente più aggressiva e proprio il THC agisce in modo diretto sui recettori presenti nelle aree del cervello deputate alle funzioni complesse quali la formazione di un giudizio, la percezione dei piaceri, la capacità di apprendimento, memorizzazione e movimento.

La sensazione di sballo per molti così piacevole non è altro che un disequilibrio del funzionamento generale del cervello, fattore che rappresenta un enorme rischio per gli adolescenti poiché la struttura cerebrale ancora in formazione può accusare danni permanenti. Secondo quando emerso da uno studio riportato dal Journal of Neuroscience non sarebbe possibile stabilire una soglia ben definita al di sotto della quale risulti innocuo fumare erba, questo poiché anche solo pochi spinelli sarebbero sufficienti ad alterare la struttura cerebrale nei giovanissimi, esattamente come accade per il consumo di alcolici. Gli stessi ricercatori hanno infatti osservato le variazioni nei volumi cerebrali su un campione di 46 quattordicenni che avevano assunto cannabis solo occasionalmente: sono emerse alterazioni a livello dell'amigdala correlata alla paura e in generale ai processi emotivi, e dell'ippocampo legato alla memoria e alle abilità spaziali. Resta ora da capire quali siano le conseguenze legate a tali anomalie, sebbene non sia da escludere che la cannabis possa influire sul processo di rimodellamento neuronale che avviene fino a 18 anni, e se le stesse si riflettano anche sul lungo periodo.

Fumare erba per uso terapeutico

In Italia l’utilizzo della cannabis terapeutica è in vigore dal 2016, regolamentata dal DM.9/11/2015: da allora sono stati immessi in commercio i primi lotti di marijuana ad uso terapeutico interamente prodotti in Italia all’interno dello Stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze. Ad oggi la varietà maggiormente diffusa è la cosiddetta Cannabis FM-2 che contiene THC in concentrazioni variabili dal 5% all'8% e CBD in dal 7,5% al 12% nata grazie a un progetto pilota sviluppato dal Ministero della Salute in collaborazione con il Ministero della Difesa. Essa ad oggi è contemplata e impiegata con successo trattamento del dolore cronico di tipo neuropatico provocato da lesioni a carico del midollo spinale così come di patologie gravi e invalidanti quali sclerosi multipla e SLA e ancora per contrastare nausea e vomito provocati da chemioterapia, radioterapia e terapie farmacologiche contro HIV ed AIDS. Può essere altresì prescritta per stimolare l’appetito nei soggetti colpiti da AIDS e HIV, nei pazienti oncologici o affetti da disturbi alimentari.

Viene inoltre impiegata nel contrastare i movimenti involontari indotti dalla Sindrome di Tourette così come per ridurre la pressione endooculare nei soggetti affetti dal glaucoma resistente alle terapie mediche convenzionali.

I principi attivi che contribuiscono a rendere così efficace la marijuana terapeutica sono i principi attivi detti cannabinoidi, nello specifico il THC o delta-9-tetraidrocannabinolo e il cannabidiolo o CBD.

Il THC è il principale responsabile dell’azione antidolorifica, antinausea, antiemetica e stimolante dell'appetito attribuita alla cannabis mentre il CBD ne promuove l’azione analgesica, prolungandone la durata d’azione e riducendone al contempo gli effetti collaterali. Il CBD contribuisce inoltre alla riduzione della pressione endooculare e dispone di spiccate proprietà anticonvulsive, sedative e antipsicotiche. Tuttavia è opportuno ricordare che la marijuana per uso terapeutico commercializzata e attualmente approvata, per poter essere prescritta, deve necessariamente risultare standardizzata e titolata per entrambi i principi attivi. La prescrizione ad oggi può essere effettuata direttamente dal medico di base così come da uno specialista purché accerti la sussistenza delle patologie specificatamente espresse dallo stesso Ministero della Salute. Differenti possono essere le modalità di somministrazione: la cannabis terapeutica può essere infatti assunta per via orale sotto forma di tisana o decotto o mediante inalazione di vapori, avvalendosi di dispositivi medici concepiti per vaporizzare la sostanza limitando i caratteristici danni dati dalla combustione della materia vegetale.

Fumare erba fa dimagrire. Sul serio?

Indipendentemente dal fatto che si sia assunta o meno erba, è facile almeno una volta aver sentito parlare di “munchies effect” o fame chimica, la voglia improvvisa di mangiare in particolare cibo spazzatura a seguito dell’assunzione di cannabis. In molti sostengono di mangiare di meno e perdere peso fumando erba: una teoria decisamente più complessa di quanto possa sembrare poiché in realtà poche sono le informazioni ad oggi disponibili circa la correlazione tra il consumo di cannabis e una conseguente perdita di peso.

Gran parte del clamore circa la perdita di peso grazie all’uso di marijuana deriva dall’analisi dei dati raccolti attraverso due sondaggi condotti nel 2011 nei quali gli autori hanno rivelato come il tasso di obesità fosse più elevato tra i soggetti che avevano riferito di non assumere marijuana rispetto agli assuntori abituali che al contrario ne avevano fatto uso almeno 3 volte alla settimana. Il secondo sondaggio mirato a stabilire la correlazione tra cannabis e obesità nei giovani ha portato anch’esso a conclusioni simili. Uno studio più recente ha successivamente avvalorato tale tesi facendo emergere che i consumatori di cannabis presi in esame presentavano un indice di massa corporea e un tasso di obesità ridotto a fronte tuttavia di un incremento dell’apporto calorico giornaliero.

Gli esperti sono pertanto giunti ad alcune conclusioni circa la correlazione tra l’utilizzo di marijuana e un maggiore controllo del peso corporeo: fumare cannabis può infatti alleviare sintomatologie di dolore e rigidità portando i soggetti a sentirsi più attivi e a praticare più facilmente attività fisica. Lo stesso utilizzo di marijuana porta spontaneamente a bere di meno, fattore significativo perché dai dati raccolti si è compreso come i giovani oggetto dei sondaggi avessero ridotto sensibilmente l’assunzione di alcolici e bevande gassate ipocaloriche, riducendo al contempo l’apporto calorico introdotto.

La marijuana riduce la sensazione di stress e sono molteplici gli studi che nel corso degli anni hanno rivelato come i soggetti stressati tendano a scaricare il nervosismo proprio attraverso il cibo, considerandolo una sorta di “valvola di sfogo”. Essa interagisce inoltre con il recettore cannabinoide R-1, lo stesso che svolge un ruolo determinante nella stimolazione metabolismo e nell'assunzione di cibo: elevate quantità di cannabis sembrerebbero per questo aumentare le attività metaboliche riducendo l’accumulo di calorie e di conseguenza anche il peso.

Di fatto dunque l'uso di marijuana non provoca improvvise perdite di peso sebbene gli esperti ritengano che possa senza dubbio aiutare grazie ai benefici che tale sostanza è in grado di conferire al nostro organismo. Tutto resta comunque ancora da verificare poiché ad oggi le ricerche in merito sono ancora scarse e piuttosto approssimative. Certo è che la marijuana non può essere concretamente considerata un coadiuvante nella riduzione del tasso di obesità, specie se grave. Rollare una canna comporta benessere ma quasi certamente non giova alla dieta!