I numerosi dibattiti circa la legalizzazione, così come il sempre crescente utilizzo della marijuana in ambito terapeutico, hanno posto al centro dell’attenzione proprio la cannabis e sono in molto ad oggi a chiedersi se la relativa assunzione rappresenti un piacere relativamente innocuo o al contrario possa potenzialmente provocare effetti indesiderati per la salute, specie in virtù degli innumerevoli cannabinoidi ad azione psicoattiva e psicotropa, propri della materia vegetale. E sono il National Institute on Drug Abuse americano così come uno studio pubblicato dal NEJM nel 2015 a fornire interessanti spunti di riflessione: secondo il NIDA americano infatti, 1 soggetto su 3 tra coloro che utilizzano abitualmente marijuana, in genere presta una forma di “disturbo da utilizzo di marijuana” con conseguenze potenzialmente spiacevoli specie per gli adolescenti, questo poiché chi inizia a fare uso di marijuana prima della maggiore età, corre un rischio da 4 a 7 volte superiore rispetto ai soggetti adulti, di sviluppare tale disturbo. Tutto questo rappresenta un dato allarmante se si pensa che negli Stati Uniti, 1 adolescente su 2 dichiara di aver sperimentato gli effetti della cannabis, anche semplicemente utilizzando edibles quali biscotti alla marijuana o e-liquid al CBD, almeno una volta durante le scuole superiori.

E a preoccupare gli esperti è soprattutto come gli adolescenti tendono a sottovalutare la marijuana, spesso abusandone con leggerezza, senza pensare a quelle che possono esserne le conseguenze.

La cannabis, specie se utilizzata in maniera smodata e incontrollata, può indurre dipendenza rendendo particolarmente complesso ridurne l’assunzione, rendendo più complesso lo svolgimento di ogni qualsivoglia attività quotidiana. I sintomi dati dall’astinenza che possono permanere all’incirca per due settimane, tendono a manifestarsi con irritabilità, disturbi del sonno, ansia, riduzione dell’appetito e disagio fisico e pur non rappresentando un pericolo, rendono particolarmente difficile sospenderne l’uso. sono pericolosi, ma rendono difficile smettere.

Sembrerebbe poi che un abuso di marijuana possa agevolare la comparsa di patologie psichiatriche, sebbene i meccanismi legati a tale spiacevole effetto non siano ad oggi del tutto chiari: assunta con notevole frequenza e secondo dosaggi particolarmente elevati, potrebbe infatti generare attacchi di panico e psicosi acute. Studi clinici evidenziano in modo particolare come l’assunzione di marijuana in età adolescenziale possa inoltre aumentare il rischio di disturbi psicotici specie in soggetti geneticamente predisposti, mentre soggetti affetti da schizofrenia, possono vedere peggiorati sintomi quali allucinazioni e paranoia, depressione, ansia, pensieri suicidari, disturbi di personalità e psicosi.

Fumare marijuana può danneggiare i polmoni esattamente come avviene per le comuni sigarette: sebbene non vi siano comunque testimonianze legate ad un aumento del rischio di contrarre il cancro ai polmoni per chi fuma abitualmente cannabis, di certo una semplice canna può provocare un’irritazione delle vie aeree favorendo la comparsa di patologie respiratorie.

Ancor più sconsigliato l’utilizzo di marijuana in gravidanza che può potenzialmente generare futuri disturbi dello sviluppo e di iperattività nel bambino, questo poiché il tetraidrocannabinolo o THC viene veicolato naturalmente nel latte materno: resta tuttavia da stabilire come questo possa influenzare negativamente lo sviluppo del cervello del bambino.

Questi sono i più comuni e potenziali effetti collaterali della cannabis a lungo termine: se si parla invece del “breve periodo”, in genere è possibile che si verifichino alterazioni della memoria, della coordinazione motoria e della capacità di giudizio, unite paranoia, psicosi e dipendenza. Tuttavia quando si parla di marijuana è sempre opportuno fare affidamento sul buon senso: ogni cosa, se impiegata in maniera smodata e incontrollata può generare disturbi a carico dell’organismo ed è per questo che è sempre meglio evitare sovradosaggi, imparando a considerare la cannabis un piacevole passatempo saltuario e non un’abitudine “fuori controllo”. Un utilizzo consapevole e intelligente non rappresenta pertanto un abuso o una minaccia alla salute.

I principali effetti collaterali della cannabis

La cannabis è una sostanza chimica farmacologicamente attiva che dispone di una marcata azione psicotropa: questo significa che è in grado di modificare lo stato psicofisico del soggetto assuntore agendo sulla relativa percezione, sul comportamento e sull’umore. Ad oggi proprio la canapa sativa rappresenta la sostanza stupefacente più consumata in Europa e nel mondo e si stima che circa il 10% degli assuntori, tenda a sviluppare una sorta di dipendenza da cannabis, caratterizzata dall’incapacità di sospenderne l’utilizzo nonostante la consapevolezza degli effetti negativi che l’abuso comporta: tale dato diviene allarmante se si pensa che la proporzione sale al 17% se si tratta di adolescenti, giungendo addirittura al 25%/50% se l’assunzione è quotidiana.

Gli effetti dati dalla cannabis sui comuni processi mentali quali ad esempio, euforia, sballo, rilassamento e sedazione, sono attribuiti al  cannabinoide  che nella marijuana è presente in misura maggiore, il THC appunto. Ulteriori composti presenti nella pianta sono il cannabinolo o CBN e il cannabidiolo o CBD. Quest'ultimo pur non presentano alcuna azione psicoattiva o psicotropa, agisce in sinergia col THC e in ambito terapeutico viene impiegato per arginare una vasta gamma di patologie e sintomatologie quali nausea dovuta alla chemio e radio-terapia, dolore cronico, spasticità muscolare, manifestazione tipica della sclerosi multipla, disturbi del sonno, Sindrome di Tourette così come la riduzione significativa del peso corporei nei pazienti colpiti da HIV o AIDS. Ad oggi proprio l’utilizzo di marijuana terapeutica in maniera controllata rappresenta una terapia efficace e soddisfacente: tuttavia l’abuso e l’assunzione smodata o eccessiva di cannabis, può comportare alcuni effetti indesiderati di tipo psicologico e neurologico tra cui una sostanziale riduzione della memoria, una diminuzione della capacità di pensiero e di soluzione dei problemi e dei riflessi, l’alterazione della coordinazione motoria, della percezione del tempo, dei colori e dei suoni così come dell’umore e ancora psicosi e allucinazioni.

La durata degli effetti legati allo stato psico-fisico del soggetto appare particolarmente pronunciata se la sostanza viene assunta in fase adolescenziale, quando cioè il cervello è ancora in via di sviluppo.

I principali effetti collaterali dell’hashish

L'hashish compare tra i più potenti derivati della canapa sativa: viene prodotto raccogliendo e comprimendo in piccoli panetti i tricomi presenti sulle  infiorescenze  di cannabis, ovvero i pistilli che detengono la maggiore concentrazione di cannabinoidi, da cui si origina una sorta di resina.

In genere viene fumato miscelato al tabacco, rollando semplicemente una canna o mediante l’utilizzo di pipe o bong. Il principale principio attivo presente nell’hashish è il THC e i relativi effetti possono variare in funzione della concentrazione di cannabinoidi, in genere superiori rispetto a quanto presente nell’erba. Un abuso di  hashish  a breve termine può comportare disturbi a carico della memoria e dell’apprendimento, una percezione distorta di immagini e suoni, perdita di coordinazione, aumento della frequenza cardiaca, attacchi di panico e ansia.

I soggetti che fumano marijuana così come hashish, presentano sovente le medesime problematiche a carico dell’apparato respiratorio che si verificano nei fumatori di sigarette: manifestazioni tra le più frequenti sono infatti tosse e catarro, bronchite cronica e raffreddori frequenti. Chi abusa di  hashish  vede inoltre incrementato il rischio di contrarre infezioni polmonari quali la polmonite.

Tuttavia l’abuso di hashish può comportare effetti deleteri anche sull'apprendimento e sul comportamento sociale: influisce negativamente sulla memoria, sul giudizio e sulla percezione mentre le più comuni abilità di apprendimento e attenzione possono risultare seriamente compromesse se a monte sussiste una vera e propria dipendenza.

L’hashish, così come ogni abuso di droga, può influire negativamente sulla salute della madre e del bambino in particolar modo durante il periodo della gravidanza. Alcuni studi hanno infatti rilevato come i bambini nati da madri che assumevano regolarmente marijuana o  hashish  durante la gravidanza risultassero più piccoli rispetto a quelli nati da madri che non ne facevano uso. Tuttavia l’abuso di  hashish  può riflettersi negativamente sul bambino, pregiudicando altresì il latte materno: la ricerca suggerisce infatti che l'uso di hashish legale durante il primo mese di allattamento può compromettere in maniera significativa lo sviluppo motorio del bambino.

Un abuso di  hashish  o di marijuana può ovviamente generare dipendenza, in genere manifestata mediante un incontrollabile desiderio di tale sostanza nonostante la consapevolezza circa i potenziali danni a carico della salute. Da non sottovalutare nemmeno la “tolleranza all’hashish” ove il soggetto necessita di dosi di sostanza sempre più elevate al fine di ottenere i medesimi effetti legati in genere a quantità inferiori della stessa.

Potenziali effetti collaterali della cannabis terapeutica

Sono ancora scarsi e piuttosto approssimativi gli studi legati ai potenziali effetti collaterali a lungo termine dati dalla cannabis terapeutica: tuttavia occorre particolare prudenza verso i soggetti che soffrono di patologie legate in particolar modo al cuore, questo poiché la marijuana potrebbe comportare tachicardia.

Quali sono gli effetti collaterali della cannabis terapeutica? Data la scarsità dei dati scientifici legati agli effetti collaterali della marijuana terapeutica, risulta complesso risultare accurati nei giudizi come quando invece si parla di cannabis impiegata ad uso ricreativo.

La differenza tra cannabis terapeutica e ricreativa è data soprattutto dalla concentrazione del principio attivo THC o tetracannabidiolo, responsabile sia degli effetti straordinariamente terapeutici quanto di quelli potenzialmente collaterali e spiacevoli. Detto questo, al di là della limitazione nei pazienti colpiti da patologie cardiache, ulteriori effetti collaterali evidenziati sono in genere caratterizzati anche in questo caso da possibili alterazioni dell'umore, ansia e depressione, secchezza delle fauci, il rossore a carico degli occhi così come disturbi del sonno. Nessuna manifestazione particolarmente importante o potenzialmente pericolosa, ma anche quando si parla di marijuana terapeutica, è importante prestare la dovuta attenzione, utilizzare il preparato galenico con consapevolezza e buon senso, attenendosi sempre alle indicazioni impartite dal medico curante o dallo specialista che l’ha prescritta. Siamo in presenza di un vero e proprio farmaco e non di una semplice sostanza stupefacente destinata allo sballo!

Effetti collaterali della cannabis in gravidanza

In Italia l’utilizzo di marijuana a scopo ricreativo è legale, purché rispetti i requisiti imposti dalla Legge n.242/2016 particolarmente stringenti in termini di concentrazione dei principi attivi, THC in particolare. Totalmente autorizzato invece l’impiego a scopo terapeutico per la terapia del dolore, sebbene ne risulti comunque sconsigliata la prescrizione in gravidanza, quantomeno finché non saranno disponibili eventuali evidenze date dalla ricerca scientifica, questo poiché ad oggi nessun dosaggio, per quanto ridotto, è ritenuto sicuro in fase di gestazione.

La marijuana racchiude in sé circa 400 sostanze chimiche differenti e non è raro che nelle preparazioni di “dubbia provenienza” possano essere presenti tracce più o meno significative di altre molecole dannose per la salute: proprio per questo motivo trarre considerazioni definitive circa i rischi derivanti dall’assunzione di cannabis in gravidanza appare al momento deleterio, anche in virtù del fatto che molte consumatrici che assumono erba in modo abituale o occasionale, possono al contempo fare uso di altre sostanze o alcool rendendo ancor più complesso, individuare e isolare gli effetti di ogni singolo elemento introdotto nell’organismo.

Il consumo di marijuana è spesso inoltre connesso a un aumento del rischio che la gravidanza possa procedere l’adozione delle dovute cautele e cure prenatali e questo complica ulteriormente la ricerca degli effetti nocivi di tale sostanza, isolandoli dagli effetti dati da altre condizioni. Una premessa doverosa per comprendere quanto ad oggi le conoscenze legate al rapporto tra marijuana e gravidanza siano ancora troppo limitate e come sia in particolare necessario indurre le future mamme alla massima cautela.

Il principio attivo più discusso della marijuana è il delta-9-tetraidrocannabinolo o THC che, secondo quanto riscontrato fino a questo momento, risulta perfettamente in grado di penetrare la placenta in gravidanza per poi entrare nell’organismo del bambino. Il relativo impatto sul feto resta tuttavia ancora nebuloso sebbene i ricercatori abbiano collegato l’uso di marijuana durante la gravidanza con un significativo incremento del rischio di complicazioni quali, nascita prematura, peso ridotto alla nascita e ridotta circonferenza del cranio, o ancora in casi gravi, aborto spontaneo.

Sebbene i bambini le cui madri avrebbero assunto marijuana durante la gravidanza, non sarebbero sempre nati con difetti a carico dello sviluppo: la ricerca tuttavia in questo caso è piuttosto chiara e sono molti gli studi che avvalorano l’ipotesi che la cannabis possa incrementare il rischio di incorrere in spiacevoli complicazioni. In un vecchio studio condotto su un campione di 1246 donne che hanno riferito di aver assunto cannabis durante la gravidanza, la frequenza di malformazioni congenite non si è rivelata superiore rispetto al normale. Tuttavia la maggior parte delle donne coinvolte nella ricerca ha affermato di fumare solo in maniera occasionale. E se da un lato questi dati appaiono rassicuranti, di contro l’assenza di ricerche più accurate circa la gestazione, rendono opportuno limitarne o meglio ancora evitarne il consumo, proprio per mancanza di sicurezze in merito.

Effetti collaterali del CBD: come assumerlo in modo consapevole ed evitare sorprese

Il CBD è un  cannabinoide  dalle innumerevoli potenzialità curative. Complici le spiccate proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, antidolorifiche e la funzione di regolatore dell’umore trova ampio impiego nel trattamento di una vasta gamma di patologie ed è per questo che negli ultimi anni, ha ottenuto i più autorevoli consensi nella relativa applicazione medica e terapeutica, risultando particolarmente efficace e in alcuni casi risolutivo, al pari delle terapie convenzionali.

Senza ombra di dubbio dunque, supplementi a base di cannabis quali ad esempio l’olio al CBD così come la canapa light ad elevata concentrazione di cannabidiolo sono in grado di offrire molteplici vantaggi, rivelandosi utili nel conferire sollievo laddove i farmaci convenzionali abbiano miseramente fallito. In molti tuttavia, tendono a preoccuparsi circa i possibili effetti collaterali: in questo caso è sempre fondamentale, sebbene il CBD non disponga di alcuna azione psicotropa, attenersi sempre alle modalità d’utilizzo presenti sulle confezioni di vendita. Occorre comunque specificare che il CBD si differenzia dal THC in virtù dell’assenza di azione psicoattiva: questo significa che non è in grado di generare sballo, euforia o percezione alterata e che al contempo non viene classificato quale sostanza stupefacente.

Assunto per via orale e in modo appropriato, il CBD legale negli adulti è classificato pertanto come prodotto sicuro. Il dosaggio consigliato può raggiungere circa 300 mg al giorno, risultando idoneo alla somministrazione per un periodo di tempo prolungato al massimo per 6 mesi. Dosaggi maggiormente elevati sono consigliati solo per tutte quelle terapie che prevedono un periodo di assunzione ridotto. In generale dunque il  cannabidiolo  non scatena effetti indesiderati di notevole entità: se impiegato entro le dosi consigliate, gli studi confermano che non sono mai stati riscontrati fenomeni avversi significativi. Tuttavia questo non esclude controindicazioni ed effetti collaterali che, seppur di lieve entità, sono comunque sempre meno significativi rispetto a quelli auspicati dalla maggior parte dei farmaci convenzionali. I più comuni tendono a manifestarsi con diarrea, secchezza delle fauci, spossatezza diffusa, incremento dell’appetito o fame chimica. Nei pazienti affetti da Morbo di Parkinson, un sovradosaggio di CBD potrebbe comportare l’acuirsi dei sintomi mentre tale principio attivo rende preferibile il consulto medico prima dell’assunzione, qualora sia già in atto una qualsivoglia terapia farmacologica, questo per escludere eventuali interazioni.

Cannabis e hashish: la vostra esperienza

Aprire un dibattito circa l’utilizzo di cannabis e  hashish  può rivelarsi particolarmente interessante. Le vostre testimonianze possono essere preziose per chi sceglie di assumere marijuana in maniera consapevole e intelligente: utilizzate marijuana in maniera abituale o siete semplici assuntori saltuari? Raccontateci dunque la vostra esperienza in merito in modo da aprire un confronto utile per l’intera community che segue CBDMania.