Coltivare cannabis sativa o indica legalmente è possibile: a stabilirlo è una sentenza datata 19 dicembre 2019 e pronunciata dalle Sezioni Unite che per la prima volta ha aperto uno spiraglio alla legalizzazione della cannabis, aprendo in questo modo uno scenario senza dubbio più ottimistico a sostegno degli ormai noti effetti benefici del CBD, principio attivo che non presenta alcuna azione psicotropa a differenza del THC, applicato comunemente anche in ambito terapeutico e approvato allo stesso modo dalla legge 242/2016 ormai nota. Vediamo dunque come coltivare cannabis legalmente e quali sono le indicazioni previste per non incorrere in spiacevoli conseguenze penali.

 Si può  coltivare cannabis  in casa?

Coltivare cannabis in casa, purché in minima quantità e a solo uso personale, non costituisce reato: a rappresentare una svolta epocale, nel senso letterale del termine è stata la sentenza pronunciata dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione il 19 dicembre 2019. Per la prima volta, in un periodo dove la “lotta” alla  legalizzazione  è sempre più sentita, tale sentenza ha stabilito che l’attività di coltivazione e autoproduzione di marijuana legale non costituisce reato purché le dimensioni della cultura siano minime e la stessa venga svolta unicamente in forma domestica: una pronuncia giunta valutando fattori quali le rudimentali tecniche impiegate, l’esiguo numero di piante e, ancor più importante, il modesto quantitativo di prodotto finale ricavabile che renderebbe la stessa coltivazione finalizzata in via esclusiva all'uso personale del coltivatore.

Viene in questo modo ancora una volta ribadita la tesi per la quale la salute pubblica non verrebbe messa in alcun modo a repentaglio né pregiudicata dal singolo che sceglie di coltivare cannabis per sé un numero irrilevante di piante di canapa.

E se fino al 19 dicembre scorso tale pratica era considerata totalmente illegale nonostante la libera vendita di semi a scopo collezionistico, ora, proprio grazie a questa sentenza, è palese un’apertura verso la  legalizzazione  a tutti gli effetti. In passato infatti, la Corte Costituzionale era più volte intervenuta sul tema, assumendo una linea stringente e rigorosa e una posizione netta: la  coltivazione di cannabis  è infatti sempre stata considerata un reato, a prescindere dal numero di piante coltivate così come dal principio attivo CBD e THC o tetraidrocannabidiolo riscontrato dalle Autorità competenti, sebbene praticata per uso personale. Nello specifico si affermava che “la coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti potesse essere ritenuta pericolosa, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga".

Ora sono proprio le Sezioni Unite penali a dettare una sola linea di condotta e a uniformare il trattamento per tutto coloro che scelgono di  coltivare  erba buona tra le proprie mura domestiche anche attraverso tecniche impiegate nelle coltivazioni di marijuana idroponica: nella massima provvisoria emessa dalla Corte di Cassazione a seguito del 19 dicembre 2019 si legge infatti che “il reato di coltivazione di stupefacente è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente". "Devono tuttavia ritenersi escluse in quanto non riconducibile all'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di infiorescenze, hashish e resina di cannabis ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore". Ed è esattamente questo il punto di svolta che per la prima volta rende lecita una pratica di per sé innocua ma che per anni ha fatto discutere, determinando se vogliamo, pregiudizi e preconcetti legati alla materia vegetale, spesso eccessivi e fuori luogo, anche a discapito di quanto sostenuto dall’intera comunità scientifica che ne sostiene da sempre vantaggi ed effetti benefici, gli stessi che hanno reso lecita la diffusione di cannabis terapeutica come efficace trattamento del dolore cronico.

Cannabis terapeutica coltivata in casa: ecco cosa dice la Legge italiana

Coltivare cannabis terapeutica in casa è dunque possibile purché ci si attenga a quanto stabilito dalla legge 242/2016, utilizzando tutte quelle varietà di cannabis light o depotenziata, provenienti da semi certificati e autorizzati a livello europeo, appartenenti ai generi ammessi dalla legge 309/90. La Legge Italiana riconosce infatti la totale ammissibilità nella coltivazione di canapa, evitando altresì l’obbligo da parte del coltivatore, di richiedere l’autorizzazione alle Forze dell’Ordine prima di avviare la coltura, con la sola incombenza di conservarne il cartellino e la fattura d’acquisto per almeno un anno. In esso infatti sono contenute le indicazioni riguardanti la specie e la tipologia di genetica, che, condizione necessaria e imprescindibile, non deve contenere THC in concentrazioni superiori allo 0,2% con margine massimo attestato allo 0,6%.

Tuttavia è opportuno specificare che per cannabis terapeutica in questo caso, si fa riferimento marijuana ad elevato contenuto di CBD o  cannabidiolo  impiegata ad uso personale, nel trattamento di disturbi di lieve entità quali stati d’ansia, insonnia, stress, e inappetenza, complice la capacità di stimolare la cosiddetta fame chimica. Diversamente, quantomeno in Italia, la cannabis terapeutica impiegata in ambito galenico e farmacologico, viene prodotta in via esclusiva dallo Stabilimento Chimico Militare di Firenze su approvazione del Ministero della Salute e prescritta eventualmente dal medico curante a supporto di patologie gravi e invalidanti e nella terapia del dolore cronico ove i trattamenti convenzionali non abbiano sortito gli effetti desiderati: in questo caso non può essere fumata rollando una semplice canna ma assunta mediante tisane, decotti o vaporizzazione per mezzo di dispositivi specifici.

Quali sono i semi legali in Italia

Acquistare semi di cannabis in Italia è possibile purché l’acquisto venga effettuato solo presso rivenditori autorizzati, questo poiché, come precedentemente specificato, per essere legale la coltivazione deve essere orientata solo su specifiche varietà di marijuana depotenziate come impone la Legge 242/2016, che contengano cioè ridotti livelli di THC sempre inferiori al tetto massimo attestato allo 0,2%. Tali semi sono facilmente riconoscibili poiché inseriti nel Registro Europeo delle Sementi e dotati di opportuna certificazione. Molteplici sono dunque le genetiche di cannabis sativa legale: 68 sono infatti le varietà di cannabis effettivamente coltivabili che possono appartenere alle genetiche sativa, indica e ruderalis, comprendendo eventuali ibridi.

In linea generale si tende tuttavia a far riferimento a due classificazioni specifiche:

· Dioica, che genera piante sia femminili che maschili, entrambe fondamentali poiché se quelle di sesso maschile appaiono pronte per l’essicazione in seguito alla fioritura, quelle femminili vengono invece ampiamente impiegate nella produzione di ulteriori semi.

· Monoica, dove invece ogni pianta è dotata di organi riproduttivi sia di carattere maschile che femminile, ovvero stami e pistilli.

La scelta delle varietà di marijuana ovviamente può variare in funzione delle personali esigenze: questo significa che, qualora si preferisca limitare la raccolta agli steli, impiegati ad esempio nella produzione di carta e fibre tessili o in bioedilizia, occorrerà orientarsi su varietà dioiche mentre se al contrario l’obiettivo è la produzione ottimale di semi, caldamente consigliate sono invece le varietà monoiche. Esempio tipicamente italiano è dato dalla Fibranova e dalla Carmagnola entrambe utili nella produzione di fibra, sebbene la prima rappresenti genetica la “madre” della maggior parte delle varietà di marijuana oggi coltivate che presentano il più elevato contenuto di cannabinoidi. Tra i semi più venduti in Italia occorre poi menzionare la Futura 75 così come la Uso 31, entrambe ben adattabili al clima e al territorio nazionale, e in grado di fornire fioriture abbondanti in tempi relativamente brevi.