La marijuana, esattamente come assumere alcool o fumare tabacco, non dovrebbe essere mai contemplata in gravidanza o durante l’allattamento. Tuttavia, negli ultimi tempi si è diffusa la pericolosa tendenza a sottovalutare tutte le eventuali conseguenze legate alla relativa assunzione di cannabis in fase di gestazione, sia a scopo ricreativo che terapeutico. E parte proprio da qui l’appello lanciato da un’associazione di pediatri statunitensi che, pur confermando la limitatezza dei dati a disposizione, ribadisce la necessità di acquisire la giusta consapevolezza circa le conseguenze che i principi attivi della cannabis possono comportare sullo sviluppo del bambino a lungo termine. Come sottolinea anche la Fondazione Umberto Veronesi in un report stilato sulla rivista Pediatrics, i dati sono piuttosto allarmanti: solo nel 2016 negli Stati Uniti, problema che tuttavia si fa sentire pesantemente anche in Italia, il 5% delle donne in gravidanza aveva consumato marijuana nel mese precedente: un dato medio che anticipa informazioni ancora più allarmanti considerando che, tra le gestanti di età compresa tra 18 e 25 anni prese in esame, addirittura l'8,5% aveva rivelato di aver fatto uso di cannabis, nel mese precedente l'intervista. Un dato questo che non solo evidenzia un consumo crescente al diminuire dell'età dell'aspirante neo-mamma, ma viene altresì purtroppo avvalorato dalle statistiche raccolte tra le adolescenti in gravidanza dai 15 ai 17 anni relative al biennio 2012-2013 dove ben il 14,6% aveva dichiarato di aver assunto in gravidanza sostanze psicotrope illegali. Per quanto concerne l’Italia non abbiamo dati concreti ma i medici assicurano che le percentuali rilevate, non si discostano di molto da quanto emerso negli USA, fattore che desta non poca preoccupazione.

I ricercatori hanno poi vagliato i risultati ottenuti determinando una precisa suddivisione in due momenti: quello della gravidanza dove il contatto con i principi attivi avviene mediante la placenta e l’allattamento, dove l’eventuale esposizione avviene attraverso il latte materno, il tutto con l’obiettivo di indagare su quelle che possono essere le conseguenze sullo sviluppo cerebrale del bambino, che l’assunzione regolare di cannabis comporta.

Sebbene ciò che è emerso sia ancora tutto da avvalorare, gli stessi pediatri statunitensi sono fermamente convinti che sia necessario consigliare di evitare di assumere marijuana da parte delle donne che affrontano una gravidanza che stanno allattando, suggerimento che ovviamente vale anche per le bevande alcoliche e per il fumo in generale. Una importante misura preventiva data essenzialmente dalla presenza di tetraidrocannabinolo o THC, il principio attivo presente nella marijuana in concentrazioni elevate e in grado di penetrare la placenta entrando in contatto col cervello in via di sviluppo del feto. Saranno tuttavia necessari ulteriori studi e ricerche scientifiche a riprova di tali ipotesi, sebbene siano già molteplici i dati in grado di dimostrare come lo stesso THC nel sangue abbia la capacità di interferire con lo sviluppo neurologico, comportando un danno che generalmente tende a manifestarsi con una riduzione dell’attenzione e della concentrazione, unito a una maggiore difficoltà nel controllo degli impulsi.

Marijuana in gravidanza: quali sono gli effetti del Cbd sul nascituro

Quando una donna affronta una gravidanza è naturalmente esposta a una serie di fattori che possono influenzare in maniera significativa lo sviluppo del feto. Se da un lato in commercio sono facilmente reperibili integratori e supplementi vitaminici che possono apportare innumerevoli benefici, dall’altro compaiono sostanze e principi attivi al contrario potenzialmente dannosi, spesso presenti non solo in alcune tipologie di alimenti ma anche nei più comuni farmaci da banco fino ad arrivare alle cosiddette sostanze illegali. Tra queste compare la marijuana, proverbialmente nota per la presenza di CBD o cannabidiolo, principio attivo ad oggi ampiamente utilizzato in ambito medico e terapeutico, che a differenza del THC non determina alcun effetto psicotropo o psicoattivo. Sebbene non vi siano ricerche scientifiche che ne dimostrino la potenziale pericolosità, prima di assumere olio al CBD in gravidanza, sarebbe sempre opportuno consultare il proprio medico curante: sono molte le donne che ricorrono a tale rimedio per combattere e ridurre la classica nausea dovuta alla gestazione e non è un caso se si ritiene che l’utilizzo di CBD in gravidanza, risulti più sicuro del fumo di cannabis così come dei derivati ad elevate concentrazioni di THC.

Sebbene dati significativi nel determinare i reali effetti dell’olio di CBD a carico del feto, siano ancora piuttosto scarsi, è ormai noto come il feto in via di sviluppo sia comunque dotato di un sistema endocannabinoide costituito dai cosiddetti endocannabinoidi, neurotrasmettitori in grado di legarsi ai recettori dei cannabinoidi. In uno studio condotto in laboratorio su embrioni di topo è stato dimostrato come il THC sia in grado di inibire lo sviluppo di embrioni composti da meno di otto cellule. Anche il cannabinoide anandamide tende a comportarsi in maniera analoga e di fatto lo stesso CBD legale si rivela capace di incrementarne i livelli impedendo potenzialmente lo sviluppo dell’embrione. Eventuali effetti negativi associati all’utilizzo di cannabis in gravidanza sono auspicabili, ma è importante comunque sottolineare che le ricerche finora svolte, hanno visto come oggetto le sole cavie da laboratorio: viene da sé che i risultati ottenuti potrebbero non essere associabili a soggetti umani.

Olio al Cbd, creme, cosmetici al Cbd: si possono assumere durante la gravidanza?

Cresce dunque il numero di mamme che microdosano il CBD per contrastare ansia, depressione e nausee dovute alla gravidanza: Kim Kardashian ha addirittura concepito un bagno doccia al CBD per bambini ma nonostante la marijuana appaia mainstream, sempre più numerose sono le gestanti che si chiedono quotidianamente se tale principio attivo possa essere realmente dannoso per la salute del bambino, sia durante la gravidanza che nella fase di allattamento, anche quando si parla di cosmetici a base di cannabis.

Secondo i ricercatori della University of North Carolina School of Medicine, quando la cannabis viene utilizzata durante le prime fasi della gravidanza, può comportare gravi malformazioni fisiche e cerebrali a carico dell’embrione in via di sviluppo, analoghe a quanto provocato dalla cosiddetta “sindrome alcoolica fetale”. Lo studio, pubblicato su Nature's Scientific Reports è stato effettuato sui topi, animali in grado di simulare perfettamente le prime fasi della gravidanza umana, come afferma anche il Dr. Scott Parnell, tra i principali ricercatori impiegati in tale studio.

Anche l’American Academy of Pediatrics continua a portare avanti un acceso dibattito contro l'uso di cannabis da parte delle donne in gravidanza e allattamento osservando che, non essendoci a monte studi controllati legati agli effetti della marijuana su esseri umani non è possibile stabilire con esattezza l’impatto che la cannabis può avere sul bambino in via di sviluppo auspicando tuttavia che l'esposizione prenatale alla marijuana potrebbe influire negativamente sullo sviluppo, sulla crescita e sul comportamento dei neuroni.

La pubblicazione di tale studio confermerebbe quanto sostenuto anche dalla Food and Drug Administration che ha rilasciato una dichiarazione dove sconsiglia fortemente l’utilizzo di CBD e di THC durante la gravidanza così come l'allattamento. Meglio dunque limitare qualsiasi prodotto o derivato a base di marijuana, compresi i cosmetici e a sostenerlo è anche l'American College of Obstetricians and Gynecologists, questo al fine di evitare che la sostanza possa contribuire a determinare tutte le spiacevoli problematiche oggetto di studio.

La ricerca scientifica mostra ad oggi che quando le mamme fumano o assumono marijuana, i principi attivi attraversano la placenta e raggiungono il feto. L'esposizione alla marijuana potrebbe pertanto interrompere il corretto sviluppo del cervello fetale e aumentare il rischio di dare alla luce un bambino prematuro o sottopeso, sebbene tali dati non siano ancora in grado di determinare con certezza se la stessa assunzione di olio al CBD in gravidanza o il solo uso di prodotti cosmetici al CBD possa interagire negativamente col feto. Il mercato per quanto riguarda oli e cosmetici al CBD attualmente non è in alcun modo regolamentato: questo determina decine di casi in cui ad essere protagonisti sono proprio prodotti commercializzati come “CBD puro”, contaminato da sostanze dannose per la salute quali pesticidi, batteri e metalli pesanti. In linea generale dunque è sempre preferibile rivolgersi al proprio medico di fiducia prima di ricorrere a qualunque tipologia di somministrazione del principio attivo che costituisce la cannabis durante la gravidanza, anche a uso terapeutico.

Si può assumere Olio al Cbd durante l’allattamento?

Sono molteplici le ragioni per le quali una donna sceglie di prendere in seria considerazione l'utilizzo del CBD durante l'allattamento. Si tratta infatti di un momento particolarmente delicato nella vita di una donna poiché di fatto segna l'inizio di una nuova fase, fattore che può generare un notevole stress dato dal repentino cambiamento delle proprie abitudini quotidiane. In genere proprio tale cambiamento tende a influenzare negativamente soprattutto il ritmo circadiano, elevando in questo modo i livelli di stress e finendo per caratterizzare manifestazioni quali ansia, insonnia e depressione, facilmente arginati grazie al cannabidiolo. Tuttavia il latte materno rappresenta il metodo più efficace nella somministrazione di principi attivi al bambino: viene da sé che assumendo una qualsivoglia sostanza, seppur dosata nel modo corretto, la stessa viene trasmessa al piccolo, determinando i medesimi risultati.

Da cosa deriva dunque la scelta di assumere CBD durante l’allattamento? A preoccupare maggiormente le neomamme sono le problematiche legate al sonno: alcuni esempi possono essere l'insonnia post-partum come il frequente risveglio notturno per nutrire il bambino così come i diffusi cambiamenti neurologici che si verificano mentre il corpo si adatta al nuovo stile di vita. Il CBD rappresenta un ottimo integratore contro l’insonnia in virtù dei caratteristici effetti sedativi e rilassanti. All’insonnia segue la depressione post-partum che in genere colpisce 1 donna su 10, condizione che può variare significativamente nella sua gravità: alcune donne presentano sintomi minori solo per alcune settimane dopo il parto, altre possono progredire fino alla depressione cronica che perdura fino a diversi anni. Il CBD sotto forma di olio apporta innumerevoli benefici anche in questo caso, e di fatto è comprensibile che ci si senta tentate dal ricorrere a tale soluzione per alleviare una situazione di disagio personale. Tuttavia, sebbene le proprietà terapeutiche del CBD siano ormai ampiamente conclamate, in fase di allattamento sarebbe preferibile evitarne l’assunzione per non rischiare di compromettere la salute del bambino. Sempre meglio anche in questo caso, chiedere indicazioni al proprio medico di fiducia.

Effetti del Thc sullo sviluppo di un feto

Lo studio pubblicato sulla rivista Nature’s Scientific Reports mostra come un'esposizione una tantum ai cannabinoidi quali il THC durante la prima gravidanza, sia sintetici che naturali, può comportare seri problemi di crescita nell’embrione in via di sviluppo. Sebbene tale ricerca sia stata condotta sui topi, rappresenta una concreta e totale connessione con i mammiferi: essi rappresentano infatti un modello estremamente preciso di come avviene la gravidanza umana, tesi sostenuta in primis dallo stesso Dr.Scott Parnell, professore di biologia cellulare e fisiologia presso la UNC School of Medicine, il quale spiega che proprio durante le prime settimane di gestazione, lo sviluppo dell'embrione appare molto simile tra tutti i vertebrati. La ricerca in questo caso ha testano non solo il THC ma anche un particolare cannabinoide sintetico che ha prodotto deformazioni di crescita simili a quelle provocate dai cannabinoidi naturali. Gli effetti sullo sviluppo del cervello e del viso causati dall'esposizione singola a cannabinoidi sintetici, CBD e THC sono dunque molto simili a quelli osservati nella sindrome alcolica fetale (FAS). Parnell e colleghi hanno inoltre scoperto che la stessa associazione tra alcoolici e cannabinoidi raddoppierebbe la probabilità di scatenare tali difetti alla nascita dimostrando come il principio attivo della marijuana interagisca a livello cellulare, interrompendo le connessioni tra molecole e cellule che controllano la crescita e lo sviluppo. Dati allarmanti che ancora una volta incitano a evitare l’utilizzo di cannabis in quella che proverbialmente è considerata la fase più delicata della vita di ogni donna.